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Ogni volta è una sorpresa. L'archivio
sterminato dello scrittore regala, centellinandole, straordinarie
scoperte. E' avvenuto durante la lavorazione del libro "Urgentissime
da evadere", quando ci siamo imbattuti in un foglio
bianco dattiloscritto. Si potrebbe intitolare "La poesia secondo me", ma
sarebbe troppo banale. Ed infatti lo scrittore lo intitola,
probabilmente con un certo imbarazzo, "Penose confessioni circa la
poesia". Stavamo per metterlo da parte quando, leggendolo, ci siamo
resi conto che in poche ma pregnanti righe ci sta tutta la concezione
che Campanile ha nei confronti della poesia. Che si tratti di una
riflessione a voce alta o un pezzo scritto per qualche giornale o da
inserire in un romanzo, non è dato sapere. Mancano precisi riferimenti
anagrafici, anche se si potrebbe ipotizzare che appartenga al periodo
della maturità artistica di Campanile. Ma tutto questo passa in secondo
piano di fronte alla profondità di pensiero e di giudizio dello
scrittore. Campanile, a modo suo e senza peli sulla lingua nei confronti
di alcuni dei più grandi nomi della letteratura, esprime la sua
personalissima teoria che, come al solito, ci lascia completamente
spiazzati e infrangendo gli schemi tradizionali ci invita a nuove
riflessioni... |
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Bisogna intendersi su di essa. A me piace ciò che ha un contenuto poetico,
una sostanza poetica. Ma la poesia formale,tradizionale, quella, per
intenderci, basata su schemi classici, non mi piace. Specie quella
francese (che del resto è la sola che posso leggere, dopo l'italiana).
La trovo enfatica e faticosa, oltre che noiosa a leggersi: Mallarmé,
Baudelaire, Verlaine. Non riesco a stare attento fino in fondo a un
sonetto e quello che dice il poeta non m'interessa. Quando leggo una
poesia, certe volte mi accorgo d'essere arrivato all'ultimo verso senza
aver afferrato il senso, come se non avessi letto. Mi distraggo alle
prime parole e vado avanti meccanicamente. Sarebbe possibile oggi
leggere un poema? Omero, Virgilio, Dante.
Forse ci vorrebbe una poesia fatta di sprazzi, di lampi, una poesia -
liberazione, e perciò anche liberazione dai legami della metrica. La
quale metrica potrebbe invece resistere con qualche successo in tiritere
estremamente semplici e addirittura puerili. Ma quanto a poesia, ce ne
vorrebbe una non costruita ed elaborata, ma che sia documento - persino
in certi casi patologico -, che sia balbettìo di persona in trance,
frutto d'una specie di siero della verità, forse frutto dell'inconscio.
O poesia di pensieri.
Non parliamo di Victor Hugo che è spesso insopportabile. Quanto agl'
italiani, amo alcuni brani, moltissimi versi e il continuo ànsito della
"Divina Commedia "; amo molti versi sparsi del Duecento, qualche accento
di Tasso; meno gli altri grandi, decrescendo fino ai giorni nostri;
moltissimo tutto Leopardi; il ragazzo infelice resiste; è come un
ricordo d'infanzia per tutti. Persino la casa e i luoghi di lui a
Recanati sono intrisi della sua poesia. Come se egli fosse ancora vivo e
ragazzo.
Ma in generale i classici! Ragazzo, trovavo spesso nelle antologie
scolastiche: "O vaghe montanine pastorelle - d'onde venite sì leggiadre
e belle?" E da dove volete che vengano? Dalla montagna, se sono
montanine pastorelle. Dal chiuso del gregge. Sta a vedere che verranno
dall'istituto di bellezza.
E' una interrogazione retorica, d'accordo; che, cioè, non sta lì per
avere una risposta.
Pure, la poesia! Io stesso sono poeta.
Ma ormai la poesia è tutta una cosa di sostanza. Tutti sanno fare dei
versi, ma i versi, con le rime, prendono la mano, e allora addio poesia.
Achille Campanile
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