I DIARI -1933  

Come spesso accadeva a Campanile, molti dei suoi lavori traevano spunto dalla realtà. E’ il caso della commedia “L’amore fa fare questo ed altro”. L’idea, come è raccontato nella biografia di Benigno, mai pubblicata, venne allo scrittore che si trovava in vacanza con Emy Mascagni, in quel momento sua compagna e Letizia di “Benigno”. Allo scrittore, Benigno, vedendo che il figlioletto di Letizia (Emy) non aveva voglia di studiare e faceva disperare la mamma, balenò un’idea per la commedia: proporre ad un professore di vestirsi da ragazzino per fingersi un compagno di giochi del bimbo e, tra un gioco e l’altro, istruirlo.
Quando qualche tempo dopo scrisse la commedia, “drammatizzò” lo spunto sostituendo la mamma con un papà bislacco, separato dalla moglie.
Le pagine del diario riferiscono della prima ed unica rappresentazione a Roma al Teatro Barberini che faceva seguito ad altre rappresentazioni, in particolare a Milano dove, come a Roma, della commedia non si arrivò a rappresentare il terzo atto.
Fu un disastro e gli attori si rifiutarono di completare la rappresentazione. Questo scatenò la solidarietà di Pirandello e Bontempelli. Quest’ ultimo in una lettera su carta intestata Reale Accademia d’Italia esprime solidarietà per lo scandalo della compagnia Za Bum ( De Sica, Rissone, Melnati) che, dopo i fischi al Barberini per la rappresentazione di L’amore fa fare questo e altro, si rifiutò di proseguire le recite.

Frascati 12 giugno XI
Caro Campanile, la mancata solidarietà da parte della Zabum, che non ha capito l’onore d’essere fischiata con te, è stata scandalosa. Sarebbe una bella occasione per stabilire una buona volta che i comici hanno anche dei doveri verso l’autore.

Affettuosamente.
Tuo Massimo Bontempelli

 




 Dal diario dell' anno 1933
 

Giugno

9 venerdì
Al barberini “L’amore fa fare questo e altro”. Alle prove, alla rappresentazione e poi al commissariato in tassì. Disastro. Vincenzo, Bubi e Emi.


10 sabato
Mi telefona D’’Aroma. Bontempelli, Pirandello, De Bellis del Marc’Aurelio.

11 domenica
Mattina. All’inaugurazione Festa del Libro incontro Ferretti che deplora meco l’accaduto al Barberini e mi dice: “Ma il giudizio lo daremo noi. A Viareggio”. Mi consiglia di concorrere al Premio Viareggio ( lui è il presidente della commissione) con “Cantilena all’angolo della strada”. Idem Amicucci ( che poi mi consiglia di comperare e farmi firmare un libro di Repaci, che fa parte della giuria e che scrisse un articolo violentissimo contro di me in occasione della prima di “L’amore” su un settimanale letterario milanese diretto da Angelo Frattini)
 

“Ai miei nemici” ricordava Campanile “non andava soprattutto l’entusiasmo dei fanatici, di quelli che mi sostenevano. Quando davano la mia commedia L’amore fa fare questo ed altro c’erano ogni sera battaglie. Era la storia di un ragazzino  che non ha voglia di studiare; e allora il padre ha l’idea di affidarlo ad un professore travestito da ragazzino che, mentre gioca assieme, gli fa lezione. Figurarsi con la concezione sacra che, degli studi o della scuola, si aveva allora”.

“A gran parte del pubblico” era solito ricordare lo scrittore “dava sui nervi che alcuni gentili sprovveduti cominciassero subito ad applaudire facendo “eh..oh..” Allora gli altri, e mi pare avessero ragione, gridavano a loro volta: “imbecilli!” “cretini!”. Così era un clamore un vociare, gli uni “bravo! All’Accademia drammatica”, gli altri “ Al manicomio!”

“Proprio alla sera della prima, l’impresario del teatro mi pregò di salire sul palcoscenico, di fare qualcosa per riportare la calma. Mi scongiurò: “ Gli parli, tenga una conferenza”. Andai sulla scena, nel frastuono chiesi a gesti la parola, finalmente si fece silenzio. Allora dissi: “Se state buoni, ve ne facciamo sentire un altro pezzetto” e feci bissare il finale. Veniva giù il teatro”.

“Altre volte, in provincia, dovevamo organizzare la fuga, fissando gli orari in modo che appena sceso il sipario filassimo in stazione e ci fosse un treno in partenza. Di regola una parte del pubblico si accaniva a sfondare le porte dei camerini, per linciarci. Ma correvamo lo stesso questo rischio per via degli incassi, siccome la gente era attirata proprio dal clamore, dalla certezza  che sarebbe finita a  botte: la compagnia, che menava una vita grama, teneva di riserva “L’amore....” e, dopo una settimana o due con altre commedie, la metteva in cartellone per la sera della partenza. Poi in treno ci dividevamo il bottino, gli incassi. Una volta venne persino ad accompagnarmi alla stazione, in divisa, un gruppo entusiasta di ufficiali della scuola di artiglieria. Gli altri viaggiatori mi guardavano con rispetto, sentii uno che diceva: ”Così giovane; ma deve essere un generale in borghese”.

Campanile nel 1933 vince il Premio Viareggio con “Cantilena all’angolo della strada”, una raccolta di saggi, vere e proprie di meditazioni che lo scrittore aveva composto nel corsivo di terza pagina della Tribuna e de La Stampa, tra il 26 ed il 30. Campanile era stato invitato con un telegramma a prendere parte alla serata finale del Premio. Di inviti del genere ne riceveva molti ma era deciso a non andare. Solo all’ultimo momento, approfittando per trascorre una giornata al mare si reca a Viareggio.

 
Dal diario dell' anno 1933


Luglio

30 domenica
Parto per Antignano in auto da Roma, con una mezza idea di proseguire per Viareggio, dove ci sarà il premio Viareggio al quale mi hanno indotto a concorrere Ferretti e Amicucci.
A Quercianella resto bloccato perché c’è la corsa automobilistica Circuito di Montenero e la strada è chiusa. Pranzo a Quercianella nella sosta forzata.

Agosto

2 mercoledì
Vado a Viareggio al Royal da Amicucci che piange perché moglie malata a letto (saprò poi.... aborto). Vedo Ferretti che mi complimenta per servizio Giro di Francia.
Amicucci mi dice di non farmi vedere. Riparto subito per Antignano.

3 giovedì
Antignano. Trasferisco auto nel garage del Cremonini (5£ al giorno). Ogni mattino allo stabilimento (ingresso 0,50) e bagno.

6 domenica
A Viareggio con il Premio Viareggio.
Offro una cena a Ferretti e a Fontana.
Alla pensione Margherita dalla moglie di Rapaci che mi dice: “E’ impossibile che lei non ce l’abbia con mio marito dopo quell’articolo”. Io divertito: “No, glielo assicuro”

……. Ministro Alfieri. Borelli arriva la sera e a Vergani andato a prenderlo alla stazione dice costernato perché il premio a me. “Non me ne parlare!”. Vengo a sapere che Vergani ha tentato con ogni mezzo di fregarmi e che Salza - che io conosco appena - si è battuto per me.

………….La sera la prima persona che incontro al Royal è il maestro Pietri che si complimenta con me. Raul Radice mi invidia vedendomi ripartire in auto col premio. Viscardini mi dice: “E’ permesso chiedere un prestito al vincitore?”. Credo che scherzi e dico: “Ma vai, che sei un ricco signore!” (poi capirò che diceva sul serio). Tutto questo l’indomani mattina.

La sera Del Pelo cantò e suonò, Marinetti fece discorso su me. La Masino, candidata di Bontempelli ..... l’amante, ebbe un premio di consolazione. Burzio un riconoscimento platonico per il suo Demiurgo (mi telegraferà complimentandomi).

La notizia della vittoria di Campanile, non senza qualche invidia da parte di alcuni colleghi, si era già diffusa nel pomeriggio della serata finale ma Campanile rimaneva sorpreso di tanta attenzione nei suoi confronti. Solo a mezzanotte, quando salirono sul palco della premiazione i componenti della giuria ( Pirandello, Carlo Salsa, Rapaci, Colantuoni, Amicucci, Vergani, Lando ferretti, Di Marzio e Luigi Monelli) e nel silenzio generale Filippo Tommaso Martinetti annunziò che il premio Viareggio 1933 era stato assegnato al libro di Campanile, solo allora capì che non si trattava di uno scherzo.
Il premio consisteva in ottomila lire e quello era l’ultimo anno in cui si celebrava con concorso per successive selezioni. Dall’anno successivo, infatti, il Premio Letterario Viareggio si sarebbe svolto con la designazione, da parte di ciascun commissario, di una “cinquina” di nomi, sui quali la giuria si sarebbe espressa.

Dopo essere entrato alla Gazzetta del Popolo di Torino, a sue spese  Campanile era andato in Scozia mandando corrispondenze in cui diceva di aver trovato il mostro di Loch Ness, di aver  fatto amicizia con lui, di averlo fatto uscire dal lago e di avergli insegnato l'inglese: raccontava che il mostro era tristissimo perché si  sentiva troppo solo, unico superstite di una specie scomparsa da millenni.

“Ammetto che ebbi successo presso il pubblico, tanto è vero che quell’ anno a Carnevale, fu di gran moda presentarsi ai veglioni mascherati da dinosauro. Insomma andò benissimo: il direttore del giornale, dapprima non aveva voluto mandarmi in Scozia a catturare il mostro. Aveva i suoi dubbi sulla vicenda. Così ero partito a mie spese: ma proprio la mattina in cui arrivò il mio primo articolo, La Stampa, il giornale concorrente, dava una  notizia sull’animale preistorico. Così il giorno dopo la Gazzetta pubblicò la mia corrispondenza. Risultato: alla fine mi sono state rimborsate tutte le spese”.

 
Dal diario dell' anno 1933

 

Dicembre

15 venerdì 

….Propongo a Amicucci di andare in Scozia per mostro Lock Ness. Lui dice che non interessa e rifiuta.

20 mercoledì 

Faccio da Roma servizio immaginario per mostro Lock Ness. 

21 giovedì

Il primo articolo esce proprio oggi giorno in cui sulla “Stampa”, giornale concorrente, esce un ampio servizio in grande evidenza, 3 pagina, sul mostro, da Edinburgo. Il mio articolo batte il servizio della “Stampa” e salva la “Gazzetta del Popolo” da una fregatura. Amicucci è raggiante: Mi prega di insistere. Nei giorni seguenti mando sei articoli, uno al giorno.

23 sabato

Esce il II articolo su Lock Ness

“ L’intervista con il mostro di Loch Ness fu un colpo di fortuna. L’ho intervistato, si capisce, ma poi son rimasto con lui perché eravamo diventati amici. Era una specie di  dinosauro che aveva imparato a parlare inglese e faceva osservazioni assai sensate sulla nostra vita, come un autentico filosofo. Me lo portai appresso, venne a Londra con me, lo accompagnai al circo equestre, al giardino zoologico. E lui, che aveva ormai imparato bene a parlare, mi faceva le riflessioni su questo mondo che lui non apprezzava. Diceva: come siamo ridotti, questa inciviltà che c’è, ai miei tempi... Si sentiva solo, poveraccio. A volte lo trovavo in albergo ( in corridoio, il mio amico era così lungo!) che piangeva perché non c’era più nessuno dei suoi; lui era l’unico uovo che era finito sul fondo del lago. E al freddo si era conservato e poi era venuto fuori questo mostro mentre tutti gli altri erano morti. Non ho potuto farlo tornare nel Loch Ness perché mi è morto una volta che lo portavo in giro. Ma non se n’è accorto nessuno a Loch Ness... il turismo continua e ogni tanto qualcuno dice di aver visto il mostro. E’ morto proprio di nostalgia. E del resto questo ha avuto anche delle conseguenze su di me, sul mio modo di scrivere. Portandomi ad un umorismo, penso, meno astratto, meno impietoso ”.

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