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Achille
Campanile è il figlio legittimo della risata del Dio che nel
"Controdolore" di Palazzeschi si sganascia dinanzi allo
spettacolo dissennato dell'umanità sottostante. E' nato da
un manifesto futurista? Da due: avendo egli avuto i natali
anche nel manifesto del Teatro di Varietà, scritto dal primo
dei futuristi, quel Filippo Tommaso Marinetti cui dobbiamo
alcune previsioni demenziali che però poi si sono avverate.
Figlio più celebre di Campanile è invece l'assurdo, del
quale fu a lungo padre putativo Eugene Jonesco, che ora
quasi tutti hanno dimenticato; al contrario di Campanile del
quale tutti si sono ricordati, almeno nell'anno del
centenario della nascita, così fecondo di ristampe delle sue
opere.
Fama deperibile dunque quella del
rumeno, mentre per merito di Campanile non è più tanto vero quanto
sosteneva Savinio, secondo il quale il comico non regge al tempo: lo
dimostrerebbe l'impossibilità di ridere per chi legge Plauto. Non
discutiamo tale giudizio, tuttavia di un' altra cosa siamo certi: si può
dubitare dell'immortalità dell'anima dell'uomo (messa assurdamente a
confronto con gli asparagi nella raccolta più rinomata di racconti di
Campanile, cioè Gli asparagi e l'immortalità dell'anima} ma non
dell'eterna giovinezza della scrittura comica campanililiana. Bisogna
infatti cercare nella commedia dell'arte per trovare una pari capacità
di far ridere col nulla (ora l'iniziale è minuscola, solo alla fine sarà
maiuscola).
Anche se ci teniamo sul profilo basso del discorso, questo almeno va
detto: Campanile non riesce a prendere sul serio nulla di quanto venga
pensato, fatto, scritto e detto dai suoi simili. Lui non è simile a
nessun altro uomo o scrittore? E' vero, è unico, è come il dio di una
religione monoteista, per esempio il cristianesimo, del quale non rideva
mai, mentre invece era capace di deridere ogni altra religione,
ideologia o corrente artistica.
Comunque è successo pure questo: per alcuni decenni la sua narrativa non
ha fatto ridere nessuno. Ovviamente è assurdo che anche in tal caso si
parli di "fortuna critica" ma Campanile rideva pure quando non era
fortunato coi critici. Bastava che scrivessero e la sfortuna passava
dalla loro parte. La massima fortuna negli ultimi anni è capitata a un
polipo (tentacolare personaggio di un romanzo "marino" intitolato
Agosto, moglie mia, non ti conosco), che pescato e percosso dieci volte
al giorno, è stato ripescato definitivamente da Eco per dimostrare che
Campanile va tirato fuori dalle acque torbide del comico più godereccio.
per essere sollevato all'altezza del più squisito umorismo. Tale tesi
può essere affondata da ogni critico al quale paia che si sia esagerato
nel disprezzare, non quel polipo in particolare, ma la letteratura
fondata sul riso, o, più precisamente e meno sostanziosamente, sul
ridere. Cosi evitiamo un equivoco: che peraltro è, metaforicamente, un
piatto che non manca mai nella cucina di Campanile: come anche i giochi
di parole. Con le quali ha reso saporita l'umanità intera del passato
(qualche nostalgia), del presente (qui sono e non mi faccio schiodare da
nessuno) e del futuro (senza nostalgia del futurismo, acqua passata).
«In principio fu il Verbo». Campanile però non dì molto tempo nemmeno
alla parola divina: subito dopo scoppia la risata. Il verbo,
l'infinito presente de futuristi, è ridere, questo è l'imperativo sempre
presente. Se la risata è assente, è inutile che leggiate i test di
Campanile. Pare che glielo abbia ordinato Dio il persona ovvero,
metaforicamente, glielo impone i linguaggio (le parole non si illudano,
è solo un gioco di specchi, mortale narcisismo di chi vuole afferrai una
realtà sfuggente) della sua narrativa: quella struttura inconscia è cosa
non meno misteriosa dell'Altissimo, quand'anche la si collocasse dove è,
all'origine, nel profondo dello scrittore.
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