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Achille Campanile è morto nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 1977, alle due, a Lariano nei pressi di Velletri. Causa dell'improvviso decesso un collasso cardiaco causatogli dalla bronchite di cui soffriva da tempo. Aveva 77 anni .


La morte lo aveva sempre affascinato ma ne aveva forse un sacro rispetto, al punto che in molti suoi romanzi il tema ritorna, sembra quasi per esorcizzarlo. In realtà temeva la soglia dei settanta anni da quando, giovanissimo, una chiromante gli aveva predetto che avrebbe vissuto fino a quell'età. Negli ultimi tempi nonostante le sue condizioni (aveva subito due interventi chirurgici in precedenza) fossero divenute critiche, anche a seguito di una caduta e di una diagnosi errata, lo scrittore aveva continuato come sempre la sua attività. Fino alla sera prima della sua scomparsa ha continuato a prendere appunti, quasi ritenesse che quell'evento tragico potesse essere allontanato, in qualche modo, lavorando. Campanile così come era nei suoi desideri è sepolto a Lariano. Il cimitero del piccolo centro, infatti, è sulla strada che conduce alla scuola elementare e lui, che amava i bambini, ha sempre pensato che ogni giorno da loro passando, riceverà un pensiero, un ricordo, una preghiera.


Si suol dire, banalmente, che gli umoristi sono in genere tristi. Campanile non era triste, ma la morte lo intrigava costantemente. Persino in tre dei suoi più scanzonati e allegri atti unici "Centocinquanta, la gallina canta", "Il ciambellone" e "L'inventore del cavallo", la morte è chiamata in causa per la sua livida e ostinata anche se fugace presenza. Ne "Il ciambellone" tutti muoiono, alla fine, e il sipario cala su un silenzio di tomba. "L'inventore del cavallo" si toglie la vita, sparandosi dopo un sorriso. Ne "Il povero Piero" la morte parrebbe schernita, quasi, ma è una impressione tutta in superficie. Pensandoci, ci si avvede che viene ironizzata, piuttosto (ma con comprensione, con affetto) l'incapacità dei vivi di adeguarsi, anche in momenti tanto crudeli, al senso di una vera tragedia.


Pure nei romanzi, oltre che nel teatro, Campanile non sapeva dimenticare la morte. Nell'autobiografico, in parte, "Avventura di un'anima" scriveva, tra l'altro: "Ci sono stazioni termali di varie categorie. Elegantissime e vi si fa una cura leggerissima; meno eleganti e la cura è meno leggera; rustiche e la cura comincia ad esser forte; povere e la cura è seria. I ricchi infermi, dopo aver percorso in cerca di salute i celebri luoghi, scendono a quelli dove si balla meno; con l'aggravarsi degli acciacchi a quelli meno famosi ancora, poi giù giù ai modesti, ai rustici, ai disadorni e alla fine, peggiorando le loro condizioni, abbandonano ogni pretesa di accoppiare cura e vita brillante e si riducono con le stampelle a questa desolata stazione dove dai prati, dai boschetti d'immensi alberi e anche dal lastrico della strada fra le case s'alzano colonne di vapori densi notte e giorno da migliaia d'anni e tutto intorno vigila una chiostra di vulcani piccoli e tozzi... Qui gli ammalati vengono a fare l'ultima sosta prima del gran passo. E' l'anticamera dell' aldilà ".Campanile non sapeva darsi pace della nostra stoltezza nel non far nulla per rendere meno sciocco il nostro "aldiqua".
"Forse senza la morte non potrebbe esserci comicità. Che grande trovata da romanziere la morte".


Il tema della morte è stato quindi un motivo ricorrente nelle opere di Campanile. Secondo lo scrittore la morte, la nascita e il matrimonio sono le maggiori occasioni di umorismo, di comicità. "Sono gli eventi della vita dell'uomo" diceva "in cui il prossimo si intromette con grossolanità, con impudenza, di prepotenza senza riguardo. Le più grandi tragedie hanno sempre un risvolto comico. Non l'ho scoperto io". " Le luttuose circostanze, come si dice, rappresentano un caso limite (l'altro è il matrimonio) in cui l'ingerenza degli altri nella tua vita diventa tirannica. A cominciare dalle epigrafi, in cui dopo una menzione frettolosa del defunto si tessono gli elogi dei superstiti: la consorte integerrima, i nipoti laboriosi, la fedele serva Maria, il dottore valentissimo che lo ha curato. Per questo nel "Povero Piero", due sconosciuti che passano per caso si sentono autorizzati ad aggiungere all'epigrafe il loro nome" I solerti e probi Nicoloni - produttori dei rinomati salami Nicoloni e C."


Anche il "povero Piero" nacque da esperienze che ho vissuto. Una signora che conoscevamo aveva perso il fratello in guerra, la guerra d'Etiopia. Eravamo lì per le condoglianze ed ecco arriva la notizia che è morto Davanzati, Roberto Forges Davanzati, giornalista e uomo politico di allora . E qualcuno trasalì" oh il povero Forges..." poi si ricompose subito, evidentemente per non offendere la signora da cui ci trovammo, che aveva avuto anche lei un lutto. Nel libro misi tutto questo: la casa dove c'è un morto, la notizia dell'altra morte, per cui uno piange per questo e uno piange per quell'altro, la padrona di casa che si indigna, non tollera che stiano piangendo un altro mentre è morto suo marito. Io, poi, siccome Forges Davanzati era stato mio direttore, andai a fare le condoglianze anche in quella casa. Era piana di gente e tutti sussurravano: ""Ha lasciato detto che diano la notizia del trapasso a esequie avvenute". Le esequie non erano ancora avvenute ma la notizia del trapasso l'avevano avuta tutti, se erano lì. Pensavo:" Se si sveglia e vede tutta questa gente, chissà che scenate'" E misi anche questo nel libro".

Campanile sosteneva che prendere in giro la morte sarebbe come fare una specie di lotta con i mulini a vento. Anche perchè non ne sappiamo niente, purtroppo, e ne faremmo volentieri a meno. Comunque, la morte permette di ridere della vita: dei difetti fisici che hanno gli uomini, delle loro debolezze, dell'età.

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Il tema della morte è un tema cardine della comicità

Come fa notare Paolo Mauri (1989), ne "La cantilena all'angolo della strada", che è una raccolta di elzeviri, Achille Campanile si misura con il tema della morte. Non in chiave diretta, cioè rappresentandola ma indirettamente, ragionandoci sopra, costruendo una sua piccola filosofia della morte, o meglio del comportamento umano in caso di morte. Ecco parenti e amici del morto che si agitano, mandano telegrammi per esprimere, insieme col dolore, la sorpresa. Sorpresa?, commenta Campanile, ma sono matti? Questa è la sorpresa di Pulcinella. La sorpresa sarebbe logica se, invece della notizia che l'amico è morto, avessero ricevuto - come fulmine a ciel sereno - la notizia che l' amico non morirà mai più, per l'eternità. Invece accade proprio il contrario ed ecco i parenti ordinarsi l'un l'altro cose senza senso: " Non devi piangere " Ma perché che male c'è se uno piange?, o ribadire: " Non doveva morire chi l'avrebbe immaginato": frasi ammissibili " nel caso che il fenomeno della morte si fosse manifestato allora per la prima volta nel mondo" "Quanto al morto conclude Campanile, è l'unico che se la sta cavando benissimo è morto da mezz'ora e sa fare il morto così bene che sembra morto dall'eternità ". Il tema della morte è un tema cardine della comicità, esorcizzante o meno che voglia essere e innumerevoli sono le variazioni umoristiche sul tema dei "dolenti, vedove allegre, vedove scaltre..." Nell'osservare di traverso i rituali del lutto, l'umorista si fa antropologo e coglie in pieno la teatralità dei comportamenti e il loro significato profondo e soprattutto consolatorio per la propria morte annunciata in quella di un altro. Ma quando Campanile parla di morte, il lettore lo sa bene, la morte non c'è, non se ne avverte affatto la terribilità e nemmeno l'infinito grottesco che, per esempio, seppe restituire Waugh nel "Caro estinto", narrando le truffe dei "sentieri melodiosi".


Secondo Campanile quasi tutto il grande umorismo ha spesso bisogno del dolore perché scatti la molla della comicità. "Il contegno delle persone che seguono un funerale, per esempio: se fossero delle persone, così, che vanno a passeggio, non ci colpirebbe il loro modo di regolarsi. Ma siccome c'è il morto davanti, gli aspetti buffi ci colpiscono. Penso a certi disegni di Novello. Oppure penso a Joyce. Che comincia proprio anche con quell'uomo che va dietro ad un funerale e ha una saponetta in tasca che gli dà fastidio. Quando è seduto pensa sempre a questa saponetta mentre intorno si scambiano frasi di circostanza e dolenti strette di mano. Questo in generale. Poi io ho avuto grandi dolori personali, che si intrecciano alla vita di tutti i giorni e di tutti gli altri, così il contrasto tra cose buffe e tristezza mi è apparso sempre molto nitido.

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Montefoschi racconta

Campanile aveva un senso assai profondo della caducità delle cose umane, anche un senso profondissimo della morte, come nei suoi libri da ridere si può spesso vedere, e una visione letteraria della vita che gli consentiva una incantevole saggezza. Per lui autore di un teatro che non si può rappresentare, ma soltanto leggere, la vita era come un teatrino, come un modesto teatrino di uomini improvvisati, con le quinte di cartapesta e i lumini colorati delle feste dove da un momento all'altro, in mezzo a tanto affannarsi, senza cattiveria, ma magari soltanto per un banale incidente, il sipario poteva calare per sempre... poiché era così, a che valeva tanto affannarsi, faceva capire in silenzio, con quel suo barbone bianco da saggio, da "filosofo" del Pincio, con la sua sovrana grazia....

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