Le origini, la famiglia, il giornalismo, i successi e il pensiero di Achille Campanile.
La morte lo aveva sempre affascinato ma ne aveva forse un sacro rispetto, al punto che in molti suoi romanzi il tema ritorna, sembra quasi per esorcizzarlo.
In realtà temeva la soglia dei settanta anni da quando, giovanissimo, una chiromante gli aveva predetto che avrebbe vissuto fino a quell'età.
Negli ultimi tempi nonostante le sue condizioni (aveva subito due interventi chirurgici in precedenza) fossero divenute critiche, anche a seguito
di una caduta e di una diagnosi errata, lo scrittore aveva continuato come sempre la sua attività.
Fino alla sera prima della sua scomparsa ha continuato a prendere appunti, quasi ritenesse che quell'evento tragico potesse essere allontanato,
in qualche modo, lavorando.
Campanile così come era nei suoi desideri è sepolto a Lariano. Il cimitero del piccolo centro, infatti, è sulla strada che conduce alla scuola
elementare e lui, che amava i bambini, ha sempre pensato che ogni giorno da loro passando, riceverà un pensiero, un ricordo, una preghiera.
Si suol dire, banalmente, che gli umoristi sono in genere tristi. Campanile non era triste, ma la morte lo intrigava costantemente.
Persino in tre dei suoi più scanzonati e allegri atti unici
"Centocinquanta, la gallina canta", "Il ciambellone" e
"L'inventore del cavallo", la morte è chiamata in causa per la sua livida e ostinata anche se fugace presenza. Ne
"Il ciambellone" tutti muoiono, alla fine, e il sipario cala su un silenzio di tomba.
"L'inventore del cavallo" si toglie la vita, sparandosi dopo un sorriso. Ne
"Il povero Piero" la morte parrebbe schernita, quasi, ma è una impressione tutta in superficie. Pensandoci, ci si avvede che
viene ironizzata, piuttosto (ma con comprensione, con affetto)
l'incapacità dei vivi di adeguarsi, anche in momenti tanto crudeli, al senso di una vera tragedia.
meno eleganti e la cura è meno leggera; rustiche e la cura comincia ad esser forte; povere e la cura è seria. I ricchi infermi, dopo aver percorso in cerca di
salute i celebri luoghi, scendono a quelli dove si balla
meno; con l'aggravarsi degli acciacchi a quelli meno famosi ancora, poi giù giù ai modesti, ai rustici, ai disadorni e alla fine, peggiorando le loro condizioni,
abbandonano ogni pretesa di accoppiare cura e vita brillante e si riducono con le stampelle a questa desolata stazione dove dai prati, dai boschetti d'immensi
alberi e anche dal lastrico della strada fra le case s'alzano colonne di vapori densi notte e giorno da migliaia d'anni e tutto intorno vigila una chiostra di
vulcani piccoli e tozzi...
Qui gli ammalati vengono a fare l'ultima sosta prima del gran passo. E' l'anticamera dell' aldilà ".Campanile non sapeva darsi pace della nostra stoltezza
nel non far nulla per rendere meno sciocco il nostro "aldiqua".
Il tema della morte è stato quindi un motivo ricorrente nelle opere di Campanile. Secondo lo scrittore la morte, la nascita e il matrimonio sono le maggiori
occasioni di umorismo, di comicità. "Sono gli eventi della vita dell'uomo" diceva "in cui il prossimo si intromette con grossolanità, con impudenza,
di prepotenza senza riguardo. Le più grandi tragedie hanno sempre un risvolto comico. Non l'ho scoperto io".
" Le luttuose circostanze, come si dice, rappresentano un caso limite (l'altro è il matrimonio) in cui l'ingerenza degli altri nella tua vita diventa tirannica.
A cominciare dalle epigrafi, in cui dopo una menzione frettolosa del defunto si tessono gli elogi dei superstiti: la consorte integerrima,
i nipoti laboriosi, la fedele serva Maria, il dottore valentissimo che lo ha curato. Per questo nel "Povero Piero",
due sconosciuti che passano per caso si sentono autorizzati ad aggiungere all'epigrafe il loro nome" I solerti e probi Nicoloni - produttori
dei rinomati salami Nicoloni e C."
Come fa notare Paolo Mauri (1989), ne "La cantilena all'angolo della strada", che è una raccolta di elzeviri, Achille Campanile si
misura con il tema della morte. Non in chiave diretta, cioè rappresentandola ma indirettamente, ragionandoci sopra, costruendo una sua piccola filosofia della morte,
o meglio del comportamento umano in caso di morte. Ecco parenti e amici del morto che
si agitano, mandano telegrammi per esprimere, insieme col dolore, la sorpresa. Sorpresa?, commenta Campanile, ma sono matti? Questa è la sorpresa di Pulcinella.
La sorpresa sarebbe logica se, invece della notizia che l'amico è morto, avessero ricevuto - come fulmine a ciel sereno - la notizia che
l' amico non morirà mai più, per l'eternità.
Invece accade proprio il contrario ed ecco i parenti ordinarsi l'un l'altro cose senza senso: " Non devi piangere " Ma perché che male c'è se uno piange?, o ribadire:
" Non doveva morire chi l'avrebbe immaginato": frasi ammissibili " nel caso che il fenomeno della morte si fosse manifestato allora per la prima volta nel mondo" "Quanto
al morto conclude Campanile, è l'unico che se la sta cavando benissimo è morto da mezz'ora e sa fare il morto così bene che sembra morto dall'eternità ".
Il tema della morte è un tema cardine della comicità, esorcizzante o meno che voglia essere e innumerevoli sono le variazioni umoristiche sul tema dei "dolenti, vedove
allegre, vedove scaltre..."
Nell'osservare di traverso i rituali del lutto, l'umorista si fa antropologo e coglie in pieno la teatralità dei comportamenti e il loro significato profondo e
soprattutto consolatorio per la propria morte annunciata in quella di un altro. Ma quando Campanile parla di morte, il lettore lo sa bene, la morte non c'è,
non se ne avverte affatto la terribilità e nemmeno
l'infinito grottesco che, per esempio, seppe restituire Waugh nel "Caro
estinto", narrando le truffe dei "sentieri melodiosi".
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