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Avendo abbracciato un periodo ampio della nostra letteratura ma anche della vita e del costume della nostra società, Campanile è stato, oltre che un cronista del proprio tempo, come lui stesso amava definirsi, per certi versi una coscienza critica. E ciò lo si può cogliere certamente in quella che viene definita una sorta di autobiografia romanzata, che ha accompagnato lo scrittore, si può dire per tutta la vita, come è appunto il Benigno, di cui è stata pubblicata solo una parte intitolata La casa dei vecchi .
Ma già negli anni '30, dietro l'apparente disimpegno di altre opere o nella stessa Cantilena all'angolo della strada, si intuiscono le inquietudini e le riflessioni "serie" sul progresso, sui cambiamenti in atto nella società. Così pure nelle cronache o nei servizi giornalistici, dove alternando una garbata ironia ad un moralismo, a volte anche polemico, lo scrittore riesce a cogliere le trasformazioni del costume della nostra società.
"Non ho mai pensato" diceva "di essere un fustigatore di costumi. Credo di essere, più semplicemente, un cronista del mio tempo. Non mi sento tradito da quello che ho scritto".
Campanile e il progresso


A Campanile, da osservatore attento dei tempi quale era, non sfuggivano certo i segni del progresso: le nuove mode, la modernizzazione, l'automobile, il cinema, la televisione, il consumismo, l'incalzare della pubblicità. A volte traspare, dai suoi racconti, dai personaggi che delinea nei suoi romanzi, quasi un atteggiamento nostalgico verso un mondo che sta cambiando.
Nonostante tutto, il vecchio scrittore era molto indulgente col mondo in cui viveva e con le nuove generazioni; l'era della scienza lo aveva sempre affascinato, lo riempiva di meraviglia, gli faceva guardare con occhio non eccessivamente critico anche certi aspetti negativi della società moderna. Lui, che aveva vissuto prima a Roma e poi a Milano, dopo che si era trasferito in campagna, nonostante fosse un romano innamorato della propria città, a Roma non ci veniva mai o quasi. Troppo traffico, troppa confusione nelle metropoli moderne: il mostro di Loch Ness, a suo tempo, gli aveva confidato di pensarla allo stesso modo. " Non credo", diceva, "che il mondo sia cambiato in peggio. è che noi siamo portati a considerare sempre con diffidenza le cose nuove e ad avere una visione idilliaca del passato. Chiamiamo quelli che ci hanno preceduto "i nostri buoni vecchi" e magari alcuni erano fior di canaglie, peggiori di quelle d'oggi".

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Jonesco


Nel corso della sua vita Campanile avrà dovuto rispondere chissà quante volte alla domanda riguardante i rapporti della sua arte con quella di Jonesco. Lo scrittore, senza scomporsi poteva limitarsi ad un laconico "no comment" o a "glissare" con eleganza la domanda, anche con qualche battuta alla "Campanile".
A chi lo definiva " lo Jonesco nostrano ", lui diceva d'essere un asparago e anche immortale.
Sul "figlioccio d'arte", come è stato chiamato forse con un po' di esagerazione Jonesco, non si esprimeva facilmente. Di lui diceva di aver letto pochissimo e si limitava a dire: " I miei libri sono stati tradotti in francese e hanno avuto più successo in Francia che in Italia. In Francia il fatto letterario conta molto di più che da noi. A Parigi, dove ho abitato, venivo trattato con un riguardo e una considerazione che, a Roma e Milano, non sono frequenti.
I critici hanno scritto che Campanile, con il suo teatro metafisico dell'assurdo, ha aperto la via al teatro di Jonesco.
"Non ho mai letto né visto" ripeteva lo scrittore "il teatro di Jonesco. Ma so che sono in molti a dire che c'è molto Campanile in lui. E poiché io ho incominciato prima... Mi dicono che addirittura egli abbia ripreso pari pari alcune mie battute. Chissà se sarà vero. Comunque, io dico che è un caso".
Campanile è stato veramente il padre di Jonesco, e forse proprio con la sua morte Jonesco è rimasto orfano. C'è tanta affinità tra i due autori, anche se uno ha realizzato prima dell'altro le funamboliche invenzioni basate sulla parola che diventa pensiero. Un critico Francesco Flora che confessava di non capire gli umoristi, ha scritto che le pagine di Campanile sono "giochi attoniti e comunicativi", e ricche "di invenzioni umoristiche mai stanche".

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La politica

Pur essendo un personaggio che amava stare fuori dalla mischia, il rapporto che Campanile ha avuto con la politica è stato sempre piuttosto intenso. Certamente non viveva in una gabbia dorata. Del resto la sua continua frequentazione, nel corso degli anni, del mondo del giornalismo, lo aveva portato, dai tempi della Tribuna, quando il fascismo prendeva il potere, a quelli di critico dell'Europeo, negli anni '60 e '70, ad esercitare un ruolo importante di coscienza critica e non conformista nei confronti del sistema politico.
Questo gli ha procurato anche critiche di qualunquismo moralistico o di servilismo nei confronti del potere. A quei critici che sostenevano che Campanile esercitava sempre la sua satira a senso unico, a sinistra, risparmiando sistematicamente i potenti, la razza padrona, lo scrittore rispondeva: "Forse è stato così, ma senza volerlo. Non mi occupo di politica. Ma ne "L'eroe" ho inteso colpire qualche bersaglio più grosso. Il libro prende lo spunto da fatti realmente accaduti, o che potevano accadere".
Del resto anche ne Il diario di un uomo amareggiato quando Gino Cornabò neppure cavaliere fu condotto al cospetto di Hitler, durante il viaggio che questi fece in Italia nel '38. Disse "che conveniva diffidare di chiunque avesse incarichi di dittatore, guance pitturate di rosa e baffi pitturati di nero"
Secondo il critico Piero Dallamano "...si poteva dire che sotto il fascismo imperante Campanile non si permetteva nulla che fosse " contro anche per solo ammicco". Ma era chiaro che i suoi romanzi si trovavano lontano mille miglia da ciò che il regime pensava che la realtà dovesse essere: era una narrativa di pura divagazione, un astenersi all'arbitrio, al gioco anche bislacco, all'invenzione pirotecnica che sfiora provocatoriamente la stupidaggine beota, e pertanto il fascismo si sentiva messo perennemente fuori dalla porta, inesistente nel regno, in fin dei conti amabile, dell'utopia di stampo goliardico, giovanile studentesco".
Un altro dei romanzi, Amiamoci in fretta, gli attirò le ire di Mussolini che vedeva nella fretta, paradossalmente, un ostacolo alla campagna demografica. Fu l'incontro con la censura per Campanile negli anni '30 "quando si rideva , ma con gli angoli della bocca tirati all'insù". Amiamoci in fretta era un romanzo di amori furtivi, su una panchina del parco, sulle scale di casa, all'impiedi: e il Duce fu molto irritato, per tutte quelle "sveltine" che gli sembravano nocive alla campagna demografica. "Mi salvò Ciano, uomo di mondo" ricordava Campanile."Spiegò al suocero che non c'è sistema più sicuro dell'amore fatto alla svelta, senza precauzioni, per dare nuovi figli alla Patria".


Perché non esiste un umorismo politico? "Finito il fascismo, è rimasta quella mentalità, quell'abitudine: "no, questo non si può"... L'ossequio al Potere ... Che poi non è neppure vero... Mi ricordo che durante il ventennio io avevo una rubrica su un giornale e ogni settimana la finivo con uno stelloncino: "Ma che fa l'onorevole Meriano, che non se ne sente mai parlare? Certo, ne preparerà qualcuna grossa...". Lo stesso Meriano ci teneva moltissimo. Se una volta non usciva questa frase, mi chiamava o mi scriveva: "Come mai?"... ".
Campanile ha sempre manifestato una forma di idiosincrasia per le tessere. Diceva che sarebbe stato un pessimo iscritto per qualsiasi partito. C'è da crederci: l'attività giornalistica gli fece anche un brutto scherzo, a causa della scarsa propensione per l'umorismo del leader comunista Palmiro Togliatti. Campanile è arrivato al punto di far causa a Togliatti quando era redattore di Milano Sera, quotidiano comunista, nel quale scriveva anche Vasco Pratolini. "Ero al seguito del Giro d' Italia" raccontava lo scrittore. "All'arrivo a Genova la polizia dovette usare la maniera forte per respingere la folla dalla linea del traguardo. L'euforia dei tifosi fu tanta che la polizia fu costretta ad intervenire per salvare i ciclisti dalla passione sportiva degli spettatori. Ne trassi spunto per fare un articolo grottesco con le mamme in ginocchio che chiedevano pietà, i bimbi vittime di qualche novello Erode. Era una descrizione talmente assurda da muovere alle risa qualsiasi lettore. Vie Nuove riportò le frasi più vibranti e le pose sotto una truculenta tavola a colori: sembrava che la polizia avesse compiuto una carneficina. Chiesi il sequestro del numero e vinsi la causa. Il direttore di Vie Nuove, Palmiro Togliatti, fu condannato a pagarmi una lira. Non avevo chiesto di più".
Questo, a quanto si sappia, è l'unico caso in cui l'umorismo di Campanile non fu capito. Perchè la caratteristica di tutta la sua opera è sempre stata quella di piacere a tutti.

Di politica diceva di non essersene mai occupato, forse perché, diceva, gli umoristi non sono fatti per cose del genere. "Sono convinto" affermava "che nonostante gli scombussolamenti che ne derivano, oggi non si possa fare a meno di battersi per eliminare la miseria, la povertà. Gli scioperi, ad esempio, mi infastidiscono, ma mi infastidisce ancora di più l'idea che ci sia della gente costretta a fare gli scioperi per ottenere qualcosa."
Con l'attività di recensore di trasmissioni televisive sulle pagine dell'Europeo, Campanile poté più liberamente, anche secondo lo spirito che animava quel giornale, anticipare ed evidenziare i limiti della comunicazione di massa su cui il dibattito è ancora aperto al giorno d'oggi.
L'umorismo

Anche se Campanile ha sempre suscitato, fin dai suoi inizi di scrittore, grande ammirazione ed avuto molto successo presso il pubblico, d'altra parte veniva
snobbato ferocemente dalla letteratura ufficiale e accademica che considerava i suoi libri e le sue commedie come un sottoprodotto.
Ce n'è voluto di tempo e come succede spesso, dopo la morte, perché anche la cosiddetta cultura ufficiale gli tributasse il giusto riconoscimento.
Del resto lo stesso scrittore si rendeva ben conto di questo atteggiamento.
Sosteneva, infatti, che l'aggettivo "comico" è dequalificante se riferito a uno scrittore.
Egli stesso raccontava di quando, ai tempi del liceo per pubblicare uno scritto pubblicato, si era servito di uno pseudonimo, Pelacami, che poi era l'anagramma del suo nome, perché gli pareva di diminuirsi presentandosi come scrittore comico.

Campanile riteneva che il suo umorismo fosse una reazione alle molte convenzioni del tempo. "Tutto era molto severo, nell'Italia di allora" diceva, "la letteratura, la politica, la moda femminile e quella maschile. I vecchi tenevano ancora il campo, con baffoni, collettoni, bombette, pagliette. I costumi da bagno arrivavano ancora al ginocchio. C'era una letteratura piena di punti esclamativi. L'umorismo aveva ancora i suoi pilastri in Gandolin e in Oronzo Marginati. Ma il loro era un umorismo casalingo, familiare, terribilmente piccolo-borghese, le loro storie erano piene di frugolini, suocere, attendenti. Poi c'era l'umorismo letterario, quello di Pirandello e di Panzini, ma era un'altra cosa."

Molto si è discusso sulla differenza tra comico e umorista. Per Campanile il comico è « oggettivo », l'umorismo è soggettivo ». L'umorismo nasce dalla visione dello scrittore, il comico dai fatti stessi, come sono raccontati.
Il libro più umoristico di tutti, nel passato, secondo lo scrittore erano I promessi
sposi. "Ho riso a crepapelle, leggendolo. Ancora adesso, rido. E Manzoni, con Belli, è lo scrittore che preferisco. Poi mi piace anche Boccaccio, anche il Burchiello. Non leggo libri di contemporanei: Mi sembra che non ci siano umoristi, perché, se qualcuno prova a fare l'umorista, in Italia diventa subito un moralista. Con una battuta sosteneva che sono così rari gli scrittori di vena umoristica nel nostro Paese, in buona parte a causa delle « tariffe vigenti ». Più un libro è serio, o creduto serio, pieno di problematiche, e più è pagato. Lo scrittore umorista, invece, non viene adeguatamente remunerato.


Campanile, il cui umorismo prima della guerra viveva felicemente anche su giornali entrati nella leggenda, negli anni '70 appariva quasi tramontato dava questa spiegazione, mostrando una certa diffidenza nei confronti di un mezzo espressivo, il cinema, che pure aveva frequentato ma dal quale si era ritratto un po' sfiduciato." La gente si diverte in maniera diversa. Oggi c'è la televisione che magari non fa ridere nel senso giusto della parola, ma offre degli spettacoli che danno in maniera più vistosa quello che una volta dava un romanzo o un giornale umoristico.
Il cinema poi, con attori comici come Tognazzi, Sordi o Manfredi, ha sostituito ancora più della TV l'umorismo giornalistico o letterario. Forse se ai miei tempi, quando scrivevo quei fortunati romanzi, ci fosse stata la stessa situazione, non sarebbe mai esistito un Campanile scrittore. Avrei fatto, chissà, dei soggetti per il cinema, benché io abbia sempre avuto una certa avversione per questo tipo di lavoro. Il cinema è il peggior affare in cui possa cacciarsi un autore. Se vendessi un soggetto a una casa di produzione quello stesso soggetto potrei poi venderlo a un'altra casa produttrice. Il film non avrebbe nulla a che vedere col mio soggetto dove avrebbero messo mano in cento: produttore, regista, sceneggiatori e persino attori. In genere l'autore stenta a riconoscere nel film quello che ha scritto, specie se è entrato in sala a proiezione iniziata e non ha letto i titoli di testa.
"Oggi non c'è più gusto a prendere in giro; la gente non ama più le sfumature. Forse è questo. O forse oggi ci sono altri mezzi di espressione. Del resto non è che ai miei tempi si ridesse poi molto. A rivederli a distanza di tempo tutti quegli anni appaiono concentrati come la via Lattea e uno dimentica il brutto e ricorda il divertente. Forse lo stesso succederà con questi tempi tra cinquant'anni".

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