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Pietro Pancrazi
da "Il riso scemo di Campanile" in Scrittori italiani del Novecento 1939 Campanile ha due grandi qualità: è fertile di trovate ed è breve, ha il dono dell'epigramma. Tra le invenzioni sue più felici, felicissimi sono quei drammi, anzi, come lui dice, "tragedie in due battute", preparate da minute e fitte didascalie. (Si pensa a quei lunghi trampolini nei circhi su cui i pagliacci si avventano per poi fermarsi in cima a scacciarsi una mosca, oppure ne scendono giù piano strusciando la gamba).

Il giuoco di Campanile è vario, le sue maschere molte; ora fa il serio o il serioso, ora l'ilare, ora il compunto, ora il furbo, o, due volte furbo, fa l'imbecille. Chè l'imbecillità è poi sempre il punto d'arrivo, la perfezione ultima del suo giuoco.
Questo porta oggi il gusto o la moda; che il riso dell'umorista, quasi a toccare una recondita superiore saggezza, s'incontri con quello dello scemo.

Ma davvero l'umorismo di Campanile inutile ? In un'aria greve come quella della letteratura così singolarmente sprovvista del senso del ridicolo, e in cui basterebbe stringere appena i tempi e allargare i gesti perchè molti drammi cambiassero in farse (e non nacque così primo grottesco ?), l'umorismo smaccato può anche sembrare un salutare reagente; un romanesco piantala! venuto a tempo.