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Le disgrazie di Edmondo De Amicis



Le disgrazie di De Amicis non sono finite.
L'ultima gli è capitata alla TV, dove in un dibattito pare che qualcuno abbia parlato male di lui. Dico pare, perché ho letto lettere di protesta nei giornali. è un fatto che molto alla leggera oggi si stronca tutto quello che è passato. E in « Cuore » è molto facile trovare frasi che, scritte per commuovere, da parecchi anni fanno sorridere e magari ridere.

Quel mondo è una specie di Cottolengo, in cui i ragazzi sono pallidini e non ridono mai, molti hanno sempre l'aria spaventata, sembrano malatini, o hanno gli occhi buoni e tristi; spesso i padri li battono, molti hanno fame ma non hanno da mangiare, altri sono laceri e malaticci; le privazioni e le busse li intristiscono; qualcuno ha un braccio morto (perfino i bracci, morti!).
Gli uomini hanno una grande e severa barba nera e anch'essi non ridono mai. Le maestre sono tutte dimagrate, i maestri hanno tutti qualche pelo bianco di più nella barba; il maestro di quarta è zoppo, il maestro di ginnastica ha una cicatrice sul collo, il direttore della scuola è tutto vestito di nero (giurerei che è in lutto), sempre abbottonato fin sotto il mento (doveva essere allegro, a vedersi).
Quasi tutti sono o sembrano in lutto. Arriva il sovrintendente scolastico : « un signore con la barba bianca, vestito di nero ». Anche il fratello di Enrico è malaticcio. Le madri sono quasi tutte malate. Enrico va a trovare un compagno di scuola e nella stanza trova la di lui madre in un gran letto, malata, con un fazzoletto bianco intorno al capo: visione quasi spaventosa, che ricorderebbe un po' il lupo di Cappuccetto Rosso, se la situazione non fosse tutt'altra. « Li avete presi i due cucchiarini di siroppo? », le dice il figlio.

Il maestro difende uno scolaro dai compagni che lo malmenano: «Avete schernito un disgraziato, percosso un debole che non si può difendere! »; non so quanto la difesa possa far piacere al malmenato. Uno scolaro « si leva sempre i peluzzi dai panni» (una classe di maniaci?); un altro cammina con le stampelle, essendo stato investito mentre salvava un compagno da investimento. « Anche la maestra era triste, oggi »; tanto per far cosa nuova.

Nemmeno i personaggi dei racconti mensili si salvano: la piccola vedetta lombarda: «Sono un trovatello!» (e poco manca che non aggiunga: «figlio di trovatello, discendente da un'antica famiglia di trovatelli»).
Il maestro si ammala gravemente e mandano a sostituirlo un maestro vecchio che è stato insegnante all'Istituto dei ciechi. La maestra di prima superiore, così pallida, e tossisce sempre! (Sta a vedere che muore anche lei). All'ex scolaro che, promosso, va in altra aula, dice con tristezza: «Non ti vedrò più nemmen passare! ». E ha anche una punta di sadismo: «Ha voluto rivedere il letto dove mi vide molto malato due anni fa. Lo ha guardato per un pezzo e non poteva parlare ». (Ma è guarito! Capirei fosse morto. Sta benissimo, invece).

Enrico annota: « La scuola, senza il maestro dell' anno scorso, non mi par più bella come prima ». Sai quanto gli pareva bella, con l'altro maestro! Fortuna che c'è il nuovo maestro, « con la sua voce grossa ma buona! ».
E il padre d'Enrico! Una specie di Barbariccia del « Corriere dei Piccoli », sempre in agguato, per interloquire, far prediche, pronunziare frasi dal tono leggermente sinistro. Fin dal primo giorno di scuola. Un ragazzo è investito dall'omnibus; e lui: «Una disgrazia! L'anno comincia male! ». Non è soddisfatto del figlio. Gli scrive lunghe lettere: « Ancora non ti vedo andare a scuola con quel viso ridente che vorrei ». è una bella pretesa, che il figlio vada a scuola col viso ridente! Va a curiosare fra le carte del ragazzo, gliele riempie con postille e annotazioni; dove il figlio parla della gioia della prima nevicata: «Voi festeggiate l'inverno, ma ci son ragazzi che non hanno né panni né scarpe, né fuoco... Pensate alle migliaia di creature a cui l'inverno porta la miseria e la morte ». E via, via, con un lungo elenco di disgrazie e miserie. Verissime, purtroppo. Ma il ragazzo non può nemmeno gioire per la prima nevicata. Il padre gli procura il magone.

Certe volte la predica non si basa nemmeno su fatti, ma su semplici supposizioni: «Il tuo compagno Stardi non si lamenta mai del suo maestro, ne sono certo... ». E via, con una serie di confronti basati sulla supposizione che Stardi non si lamenti.
Sempre pronto a intervenire. Ferma il figlio che sta per ripulire la spalliera dove il muratorino in visita ha lasciato un'impronta di gesso. Potrebbe poi spiegare al figlio: «L'ho fatto perché tu non lo mortificassi », e basta. Invece gli scrive una lunga missiva: « Lo sai figliolo, perché non volli che ripulissi il sofà? Perché il lavoro non insudicia, perché, ecc. ecc, i calli..., la vernice..., la calce..., la pozzolana... ». E pensa a tutto. Quando viene in visita il gobbino, segretamente fa scomparire dalla parete il quadro che rappresenta Rigoletto, il buffone gobbo, perché l'ospite non lo veda. S'immischia, va curiosando. Vede un capannello per la strada: «Cos'è stato? »; sempre per trame motivi d'insegnamento al figliolo.
Spia il figlio perfino dalla finestra. E poi gliene scrive lunghe lettere. Non gli da respiro: «Tu hai urtato una donna. Bada meglio a come cammini. La strada è la casa di tutti. Tutte le volte che incontri un vecchio cadente, un povero, uno storpio con le stampelle... », e via, via, una lunga lista di persone a cui cedere il passo, sicché c'è da pensare che ben difficilmente il ragazzo potrà fare un passo avanti, per la strada. E poi una serie d'incombenze che assorbiranno completamente il tempo della gita e gl'impediranno di arrivare dove che sia, inchiodandolo al punto di partenza: raccogli il bastone al vecchio che l'ha lasciato cadere, sorreggi il debole che attraversa la strada, soccorri il fanciullo in pericolo, aiuta nelle ricerche chi ha smarrito qualche cosa...
La casistica è completa e particolareggiata: se vedi una persona a cui arriva addosso una carrozza, se è un bimbo tiralo via, se è un adulto avvertilo; se due ragazzi rissano, va' a dividerli; se a rissare sono due adulti, allontanati; se passa un arrestato fra gli agenti, pensa che potrebb'essere un innocente ingiustamente sospettato; se passa una lettiga d'ospedale, pensa che ci potrebb'essere un moribondo; se passa un funerale, pensa che potrebb'essere quello di qualche persona a te cara.

E poi istruzioni e raccomandazioni relative ai ciechi, ai muti, ai rachitici, agli orfani, ai fanciulli abbandonati, a coloro che sono affetti da deformità repugnanti o ridicole, ecc. ecc; nessun possibile incontro è trascurato, e, per ognuno, una particolare norma circa il modo di regolarsi.
E poi sono contemplati tutti i possibili casi che possano occorrere: spegni sempre ogni fiammifero acceso che trovi sui tuoi passi, che potrebbe costar la vita a qualcuno; rispondi a chi domanda la via; non guardare nessuno ridendo, non correre senza bisogno... Tutto è previsto, il ragazzo non avrà tempo per occuparsi di nessuna faccenda propria, assorbito come sarà in continuazione da piccole cure umanitarie; sempre occupato a raccattare cartacce, spegner fiammiferi, sollevare persone sdrucciolate, divider litiganti, puntellare vecchi malfermi.
Un misto fra il giovane esploratore, il vigile stradale volontario, il netturbino dilettante, il pompiere d'occasione, la guida, il cicerone, l'interprete. E alla fine, nella lettera: «Rispetta la strada! ». Anche la strada! E poi: « E studiale, le strade! Studia la città dove vivi. Se domani fossi sbalestrato lontano... il ricordo dei luoghi dove movesti i primi passi al fianco di tua madre... le vie dove provasti le prime commozioni...». E via, via; per concludere: «E quando la senti ingiuriare {la città), difendila! ». (Sempre a menar le mani!).
Passano i soldati. Predica sui soldati: «Voi dovete voler bene ai soldati, ragazzi. Sono i nostri difensori, quelli che andrebbero a farsi uccidere per noi...». Giustissimo. Magari ci sono anche quelli che non andrebbero, se potessero.

Comunque, oggi queste cose fanno ridere. E magari farebbero ridere anche le osservazioni sulla bandiera. Sulla patria. « Retorica! », si dice. E della bandiera nessuno si ricorda più. E patria diventa un paese straniero, e perfino nemico. Magari si riverisce la bandiera d'un paese estero, e si irride alla propria. In Italia, beninteso. Che quelli di quegli altri paesi, queste cose le fanno fare e addirittura le esigono dagli altri; ma, per conto proprio, alla patria, alla bandiera (loro) credono.
Perfino durante le ore di lezione, il padre di Enrico, che evidentemente non ha altro da fare, continua ad aggirarsi intorno alla scuola. Scrive al figlio: « Aspettando l'uscita, io giro per le strade silenziose, intorno all'edifizio, e porgo l'orecchio alle finestre del pian terreno, chiuse dalle persiane ». L'autentico Barbariccia di Tofano e del signor Bonaventura. « Da una finestra sento la voce d'una maestra che dice: "Ah! quel taglio di t! Non va, figliuol mio! Che ne direbbe tuo padre? " ».

Quanto agli svaghi, le uscite con la mamma sono fatte generalmente per portar biancheria a donnepovere, o a visitar scolaretti malati. Un giorno, gran festa. Scrive il piccolo Enrico nel suo diario: « Oggi ho fatto vacanza, perché non stavo bene, e mia madre mi ha condotto con sé all'Istituto dei ragazzi rachitici, dov'è andata a raccomandare una bambina del portinaio ». Da cui si deduce:
a) che la visita all'Istituto dei ragazzi rachitici è considerato dalla brava signora una specie di ricostituente per bambini che non stanno bene;
b) che la bimba del portinaio del piccolo Enrico è rachitica. è ancora una pennellatina al quadro di zoppi, storpi, ciechi, gobbini, che circonda il piccolo e fortunato Enrico.

La maggior festa dell'anno, però, sembra essere il Giorno dei Morti. è l'unica a cui è dedicato un capitolo, sotto forma di lettera della madre. Natale, Capodanno, passano sotto silenzio. Un po' di spazio è dedicato al Carnevale, ma per farne racconto di disgrazie e oggetto di amare riflessioni. Del resto, questo è nel gusto del tempo. Ricordate il sonetto di Stecchetti: « Quando, lettrice mia, quando vedrai / impazzar per le strade il Carnevale, / oh, non scordarti, non scordarti mai, / che c'è gente che muore all'ospedale ». Una specie di promemoria: uno vede impazzar per le strade il Carnevale e dice: «Ah, c'è gente che muore all'ospedale». Il degente all'ospedale vede attraverso i vetri della finestra impazzar per le strade il Carnevale, e pensa: « Meno male! C'è gente che si ricorda di noi ».

Come se non bastasse il padre, anche la madre scrive lettere al piccolo Enrico. Una sui ragazzi rachitici; un'altra sul giorno dei morti.
Eppure, da tutto questo brulichio di storpietti, gobbini, zoppi, infelici, ciechi; da tutte queste prediche, viene fuori un mondo che tocca il cuore. Chi, ragazzo, non ha pianto per qualcuna di queste pagine, per qualcuno di questi personaggi? Un mondo intriso di lagrime, dove il sole quasi non brilla mai. Ma dove risplendono le idee di bontà, pietà, patria, bandiera nazionale, padre, madre, fratelli, scuola, maestri.
Oggi tutto è calpestato, irriso, contestato, come si dice. Non c'è più nessun Garrone, nessun Derossi, nessun piccolo patriota padovano, nessun Coretti, nessuna piccola vedetta lombarda, nessun piccolo scrivano fiorentino; o nessuno aspira ad esserlo. Si cercherebbero invano tipi come il tamburino sardo, l'infermiere di Tata, come il protagonista di « Dagli Appennini alle Ande ». O magari ce ne sono, ma pare che facciano ridere.

Oggi, di tutto quel mondo ingenuo, se volete, perfino buffo, in certi aspetti, pare che conti soltanto e sia apprezzato soltanto il tipo Franti. Ricordate il personaggio Franti? « Franti, tu uccidi tua madre! », gli dice il maestro. «E quell'infame sorrise! ». Oggi pare che sia apprezzato soltanto chi uccide, o vorrebbe uccidere, sua madre, suo padre, i fratelli, gl'insegnanti, la scuola, i vecchi, la patria.


ACHILLE CAMPANILE