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ARRINGA IN DIFESA DI UN GIOCATORE DI RUGBY
di Achille Campanile
Prefazione al libro di Bubi Farinelli:
"Rugby: etica di uno Sport"
Editore Piero Gabrielli (1976)


Una notizia di questi giorni: tre giovani di buonissima famiglia, fra cui un noto cardiologo di Roma, rinviati a giudizio per rissa.
Si potrebbe credere a prima vista che si tratti di gioventù bruciata.
No, grazie al cielo. I tre giovani, oltre ad essere di buonissima famiglia, sono essi stessi bravissime persone, molto per bene, distinti, incensurati e universalmente stimati; per limitarci al noto cardiologo, si tratta del dottor Piermarcello Farinelli, nipote di Pietro Mascagni e figlio della scrittrice Emi Mascagni. Ma lo strano della notizia non è che, a macchiarsi del presunto reato di rissa, siano stati dei tipi di questo genere. Lo strano è invece, che essi siano stati rinviati a giudizio: Forse l'accusa è falsa ? Non lo so. Pare, stando ad essa, che, durante una partita allo stadio "Torino" di Roma, accecati dalla passione sportiva essi abbiano sospeso la competizione per abbandonarsi a una rissa. Ora, il fatto e il conseguente rinvio a giudizio sarebbero spiegabili se si fosse trattato di una partita di canasta o di scopone: i giocatori, accecati dalla passione, interrompono la partita per darsele di santa ragione. Ma il fatto è che si trattava di una partita di rugby e il rugby, come tutti sanno, non è una specie di rissa continua in cui i giocatori si contendono con tutti i mezzi il possesso di una palla ovale, caricando violentemente l'uno e l'altro, colpendosi, acciuffandosi e facendo, senza esclusione di colpi, tutto quello che si usa fare rissando. Basterebbe vedere quella fase di gioco che si chiama melèe o mischia, quando tutti i giocatori formano un groviglio inestricabile in cui lottano l'uno contro l'altro.

Primo fatto strano: a un certo punto questi giocatori, accecati dalla passione sportiva, smettono di darsele di santa ragione, allo scopo di darsele di santa ragione.
Secondo fatto strano: la polizia interviene acciocchè i contendenti smettano di darsele di santa ragione, allo scopo di ricominciare a darsele di santa ragione.

Quanto al primo dei fatti strani: era proprio necessario che i giocatori sospendessero le botte professionali, diciamo così, per darsene di non professionali ? Quanto al secondo : come si fa a distinguere tra botte professionali e non professionali e che differenza si trova fra le une e le altre ?
il caso, pure capitato a Roma, di due pugilatori che, durante un incontro, accecati dalla passione sportiva, si presero a pugni. Ma se già stavano prendendosi a pugni ? Era proprio necessario che sospendessero i pugni, per darsene altri ? E, visto che si sono regolati così, era proprio necessario, per i tutori dell'ordine, di intervenire acciocchè i due smettessero di fare a pugni e riprendessero la competizione, consistente appunto nel fare a pugni ? " via, via ", diceva il pubblico, " smettete di fare a pugni e fate a pugni ". Difatti, quando i due si furono rappacificati, non fecero altro che ricominciare a darsele.

Insomma, più strano di tutto appare, in questi casi, il contegno delle autorità, che intervengono per ristabilire l'ordine; il quale ordine consiste nel fatto che i contendenti ricomincino a darsele.
Certo, non è bello che, durante un incontro di pugilato, i due contendenti diano il poco edificante spettacolo di prendersi a pugni. Dovrebbero fare come quel pugile che, durante un incontro, disse all'avversario: " questo pugno te lo farò pagare; ci vedremo fuori, dopo il match ".
A proposito, poi della passione sportiva in genere, mi viene in mente l'altro caso storico dell'illustre scrittore americano Henry Furst, che in Italia si era messo per passione sportiva a fare il manager di un noto boxeur, mi pare Fiermonte. Un giorno, in un pubblico incontro, il boxeur le stava prendendo dall'avversario e, vedendo il manager che gli faceva cenni di riprovazione a causa dello stile dei suoi pugni, che pare lasciasse a desiderare, perse il lume degli occhi, si scaraventò su questo e lo tempestò di formidabili cazzotti " Magnifici ! ", gridava Furst sotto la gragnuola, al colmo dell'ammirazione, " questi sì che sono pugni, altro che quelli che dai all'avversario. Bravo bene, dài ! "
Il caso, a cui fu dedicata una tavola a colori di Beltrame sulla " Domenica del Corriere ", mi ricorda anche quello del manager il quale, per incoraggiare il proprio allievo che, dopo i primi rounds di un incontro, era stato ridotto in condizioni pietose dall'avversario e boccheggiava mezzo morto, gli si avvicinò durante un intervallo e gli disse : " Non ti scoraggiare, ci sono altre dieci riprese ".
Altri episodi che si avvicinano a quelli citati furono i duelli fra Candido Sassone e Aurelio Greco, fra il grande Nedo Nadi e Adolfo Cotronei, e altri. Si trattava sempre di famosi schermitori. Spesso il "casus belli" nasceva durante un incontro di scherma.
Allora gli avversari deponevano la spada, per impugnare la medesima. Nel duello Sassone-Aurelio Greco, la polizia, messa sull'avviso, cercò di intervenire e i due, inseguiti, furono costretti a scappare da Roma a Colonna per fare quello che indisturbati avrebbero potuto fare in sala d'armi.
In un incontro di pugilato per il titolo mondiale dei pesi massimi, lo sfidante, visto che non riusciva a strappare all'avversario l'ambito titolo con la forza dei propri pugni, a un certo punto perse la pazienza e lo prese a pugni. Fu processato: " Perchè avete preso a pugni il campione del mondo ?" , gli domandò il giudice, severo. E lui: " Perchè volevo farlo diventare campione dell'altro mondo".
Un altro caso del genere capitò a un incontro di lotta libera, dove uno dei contendenti, in un momento di rabbia per un colpo dell'avversario di cui non era rimasto soddisfatto, sollevò, di peso questo, il quale, tra parentesi pesava più di un quintale e mezzo, e lo scaraventò fuori del quadrato. " Perchè avete fatto una cosa simile ?; gli domandò il giudice, al processo che ne seguì. E il lottatore : " Signor giudice, è stato un momento di debolezza ".

Tornando alla notizia da cui abbiamo preso le mosse, io vorrei pregare il giudice di voler essere questa volta clemente verso i tre giocatori incriminati. non soltanto per gli argomenti già detti, cioè i tre sono bravissimi giovani di ottima famiglia, e che il rugby è esso stesso una rissa continua, ma anche per il fatto che il rugby è forse lo sport più povero, più disinteressato e, malgrado le apparenze e la sostanza violenta, più aristocratico d'Italia. Esso, infatti non è riuscito, da noi, a diventare popolare come è in America, dove ha addirittura soppiantato il giuoco del calcio. Perciò, mentre in Italia il calcio rende somme favolose ai giocatori professionisti (specie se stranieri), il rugby non rende una lira a chi lo giuoca. Ragion per cui a praticarlo sono i signori, degli appassionati, che invece di guadagnarci ci rimettono di tasca propria. Si tratta generalmente di studenti universitari, di intellettuali, e varrebbe la pena di parlare un po' di questo sport così poco noto.
Alcuni anni fa, prima della guerra, il rugby aveva preso una certa voga. Lo giocavano al campo Grella, all'Acqua Acetosa, davanti a imponenti folle di pubblico non pagante. Un bel giorno i giocatori decisero di tentare il grande esperimento : istituire l'ingesso a pagamento. Più che altro, per riempire l'abuso delle balie e dei militari, che andavano a far l'amore nel campo e che pare costituissero il maggior nerbo, delle suddette imponenti folle. Gran giorno, per i giocatori. Si trattava, in certo modo, di aver la misura pratica della propria quotazione presso il pubblico. Era stata fissata una lira di ingresso. Fatalità: tutti gli spettatori rimasero fuori, perchè da fuori si vedeva benissimo. Talchè, nel secondo tempo, l'allenatore Nisti ordinò di fare entrare tutti gratis. L'incasso era stato di novanta lire complessive, dovute quasi totalmente a parenti dei giocatori e alle loro fidanzate, che avevano pagato il biglietto unicamente per non scoraggiare troppo i loro cari. Del resto ai giocatori di rugby dà fastidio avere pubblico che per la prima volta assiste al giuoco, perchè, dicono, ride stupidamente.

Altra particolarità di allora era che Giovanni, il guardiano del suddetto campo dell'Acqua Acetosa, aveva fatto dei piaceri a pastori di passaggio, quando questi in autunno, per svernare in Maremma,
scendono dalle montagne lungo il corso del Tevere e nottetempo passano per i Parioli e l'Acqua Acetosa coi loro greggi. Per disobbligarsi, i pastori, un po' per volta, gli avevano regalato una ventina di pecore e un caprone. Pecore e caprone pascolavano sul campo sportivo, facendo depositi qua e là. Sicchè, prima di cominciare la partita, ogni volta i giocatori dovevano dar la caccia alle pecore e al caprone. Era una corrida fuori programma, in cui le pecore facevano la parte dei tori. Pare che particolarmente feroce e restio ad andarsene si dimostrasse in questi casi il caprone.
Anche l'allenatore Nisti era un appassionato, che allenava i giocatori più per soddisfazione che per altro. Quando, in uno storico incontro, il Guf Roma vinse contro la Rugby Roma, Nisti, allenatore dei vittoriosi, rimase per un'ora incapace di articolare parola, non si sa se per la gioia o per la meraviglia.
Quando il Guf Roma si misurò col Guf Torino, pure vinse, pare soprattutto perchè i giocatori del Torino erano rimasti per un bel pezzo fermi e come paralizzati a guardare le gambe di una ragazza.

Spesso la nazionale di rugby disputava all'estero partite internazionali. Prima di partire, i giocatori cenavano tutti assieme in un ristorante vicino alla stazione. Durante il pasto non facevano che ordinare: " pane ! ". "Ma se l'ho portato un minuto fa ?", gemeva il cameriere. " Abbiamo fame !". Poi i giocatori partivano con rigonfiamenti da tutte le parti: avevano le tasche piene di panini e sfilatini, perchè la notte, in treno, veniva fame e quei campioni non potevano permettersi il lusso di vetture ristoranti, o di provviste.
Per tutto quanto sopra detto, signor giudice, raccomando alla vostra clemenza questi strani accusati di rissa,che, sono due noti atleti, Fulvio Pitorri e Paolo de Ferrante, nonchè la maschera dello stadio "Torino", Ulderico Marcellini, oltre al già nominato noto cardiologo Piermarcello Farinelli. Di quest'ultimo, signor giudice, posso dirvi che lo conosco da quando era alto come un soldo di cacio, è un mio carissimo amico e vi garantisco che è un ottimo ragazzo. Finchè era studente universitario, fu capitano della nazionale di rugby; poi smise di giocare e diventò Commissario Tecnico della squadra azzurra di rugby, in seguito a un curioso accidente e il curioso accidente fu questo: un giorno si sparse la notizia: " Bubi " ( così lo chiamavano gli amici ), " è all'ospedale ". " C'era da immaginarselo", dissero tutti, " con quel gioco violento; che gli è successo ?". " S'è laureato in medicina".

ACHILLE CAMPANILE
(da " l'Europeo" , ottobre 1957)



Questo testo viene pubblicato grazie al Signor Giorgio De Tommaso. L'autore del libro " Rugby: etica di uno Sport ", Bubi Farinelli, il cui vero nome era Piermarcello, era il figlio di Emy Mascagni, con la quale Campanile ebbe una lunga relazione. L'editore è Piero Gabrielli, campione di rugby ed impresario musicale e teatrale, già proprietario del più noto night club di Roma, Le Grotte del Piccione, dove si svolgeva la dolce vita romana.