Il sito non utilizza cookies di nessun genere

X

Se la luna mi porta fortuna
vedi anche: la nascita di un romanzo


È un peccato che lo spettacolo della levata del sole si svolga la mattina presto. Perché non ci va nessuno. D'altronde come si fa ad alzarsi a quell'ora? Se si svolgesse nel pomeriggio o, meglio, di sera sarebbe tutt'altro. Ma così come stanno le cose, va completamente deserto ed è sprecato. Soltanto se un geniale impresario lo facesse diventare alla moda, vedremmo la folla elegante avviarsi di buon'ora in campagna per occupare i posti migliori; in questo caso, pagheremmo persino il biglietto, per assistere alla levata del sole, e prenderemmo in affitto i binocoli. Ma per ora allo spettacolo si trova presente qualche raro zotico che non lo degna nemmeno d'una occhiata e preferisce occuparsi di patate, o di pomodori.

E non soltanto gli uomini si disinteressano di questo spettacolo, specie dopo che i selvaggi adoratori del sole sono stati convertiti, ma anche le bestie. Qualcuno crede che il gallo saluti la levata del sole. È un errore. Il gallo canta nel cuore della notte per ragioni sue, o, se crede di salutare la levata del sole, vuol dire che non ha la più lontana idea dell'ora in cui il sole si leva. Le altre bestie a quell'ora dormono, o se sono sveglie, brucano l'erba, o scorrazzano per i prati, o vanno a caccia, o fanno toletta, e s'infischiano della levata del sole.
Non parliamo poi dei pesci che, di solito, se ne stanno tranquillamente sott'acqua. Loro non li smuovono nemmeno le cannonate; crolli il mondo, non c'è caso che s'affaccino per vedere che cosa stia succedendo. Bisogna tirarli fuori con le reti.
Si penserebbe che gli unici a fare onore allo spettacolo siano gli uccelli coi loro canti, ma nemmeno per sogno. Gli uccelli cantano a tutte le ore e non si occupano affatto della levata del sole.


(Ma come sono stupidi gli uccelli! Non sanno fare altro che cantare. Si svegliano la mattina e il loro primo pensiero e di mettersi a cantare. Al tramonto, li trovate ancora che volano intorno alle vecchie torri e cantano. Ce ne sono di quelli che, invece di dormire, stanno tutta la notte sugli alberi a cantare, anche se nessuno li ascolti. Qualcuno passa la notte a fare sempre lo stesso verso e, peggio, qualche altro passa la notte a rifare questo verso, a cento passi di distanza. Li chiudete in gabbia e cantano, se la gabbia è appesa al davanzale, o se è dentro casa; volano in mezzo al cielo e cantano, vedono arrivare i cacciatori, coi fucili, i cani e i carnieri pronti, e cantano; quando hanno fame cantano e quando hanno mangiato cantano. È impossibile farli tacere con le buone o con le cattive. Non ci si riesce nemmeno con le schioppettate.)

Cosicché, questo povero sole da tempo immemorabile replica inutilmente ogni mattina il suo grande spettacolo e mai ottiene quell'universale applauso fragoroso, che non potrebbe mancargli se, come di dovere, le alture, le terrazze, le rive del mare, le cupole, i bastioni e le torri, brulicassero d'un popolo di spettatori. Eppure non tralascia nulla che possa arricchire lo spettacolo. Si fa annunciare da una leggera ventata che, mentre è ancora buio, muove appena le foglie degli alberi e increspa le acque del mare. Poi comincia a mandar su una luce cinerea, opaca ed enigmatica, una luce di Purgatorio, che presto invade il cielo; non è notte e non è giorno ma è un momento incerto e inquieto, tra la vita e la morte fatto per accrescer l'effetto di quando, subito dopo, il cielo diventa d'un azzurro lucido e concavo, come quello dei cieli che sovrastano i presepii artistici. Questo cielo si fa sempre più sferico, spazioso e leggero, finche il Sole, che ha terminato i preparativi generali, chiama a raccolta tutte le proprie risorse e affronta in pieno il grosso dello spettacolo. Per prima cosa lancia in campo i carri delle nuvole, carichi d'oro e di porpora, soffia nei suoi cartocci di zolfo e di zafferano e confonde tutto nel pulviscolo; intanto si da al gettito intensivo dei colori - ecco il violetto, ecco il lilla, ecco il turchino l'arancione, il verde, il marrone, - scaraventa fontanoni di scintille e, tenendosi ancora nascosto, inizia il lancio delle bombe luminose la dove mezz'ora prima era notte - non basta: sta col piede sulla soglia, pronto ad apparire, ma, prima di fare la grande entrata, ha il supremo effetto: incendia la girandola finale, la scappata dei razzi dorati e delle fionde luminose, e, nel momento in cui tutto scoppia, crepita e turbina vertiginosamente, lui, eroico mattatore, fa dar fiato alle trombe d'argento sfodera la spada, squarcia l'orizzonte e, tra bagliori, lampeggiamenti e serpentine, appare.
Oh, rabbia! Ancora un'entrata mancata: chi russa di qua chi russa di là, tutti dormono come ghiri e nessuno ha visto.


Però c'è uno, uno soltanto, che ogni mattina aspetta il sole. Lontano nel cuore della foresta, un bestione enorme e simpaticone s'alza avanti giorno, fa una toletta sommaria, e si mette ad aspettare. Appena vede apparire l'astro, drizza verso di lui la proboscide - si tratta appunto dell'elefante, l'unico animale che saluti il sole - e barrisce.
Quali misteriose intese corrono fra gli elefanti e il sole?
Non lo sapremo mai. Tra l'altro, può darsi che il sole sorga ogni giorno soltanto per un accordo convenuto con gli elefanti. Questa è un'ipotesi seria e probabile non meno della teoria del Laplace sulla formazione dell'universo e della scoperta di Galileo sui moti della terra. Sfidiamo qualunque scienziato a provare il contrario. Nulla esclude che il sole sorga unicamente per una intesa con gli elefanti, come nulla esclude che la terra giri intorno al sole, o che il sole giri intorno alla terra e la terra non giri affatto, o che nulla, o che tutto giri.

Chi, in quella grigia mattina del 16 dicembre 19..., si fosse introdotto furtivamente, e a proprio rischio e pericolo, nella camera in cui si svolge la scena che da principio alla nostra storia, sarebbe rimasto oltremodo sorpreso nel trovarvi un giovine coi capelli arruffati e le guance livide, che passeggiava nervosamente avanti e indietro; un giovine nel quale nessuno avrebbe riconosciuto il dottor Falcuccio, prima di tutto perché non era il dottor Falcuccio, e, in secondo luogo, perché non aveva alcuna rassomiglianza col dottor Falcuccio. Osserviamo di passaggio che la sorpresa di chi si fosse introdotto furtivamente nella camera di cui parliamo è del tutto ingiustificata. Quell'uomo era in casa propria e aveva il diritto di passeggiare come e finché gli piacesse.

Egli, sia detto una volta per sempre, si chiamava...
Quali difficoltà incontra uno scrittore nella scelta dei nomi da dare ai suoi personaggi! È più difficile dare un nome che un carattere.
Perché il romanzo non è come la vita, che può permettersi qualunque libertà. Pensate a Garibaldi. Se voi aveste creato un personaggio simile, l'avreste chiamato Giuseppe? Sareste stati incerti fra Goffredo, Orlando, Fortebraccio o Cuordileone. La vita non ci sta troppo a riflettere: Garibaldi lo chiama Giuseppe: Beppe, Peppe, Peppino; Rossini lo chiama pensate un po', Giovacchino; a voi sarebbe mai passato per la mente di chiamare Giovacchino un uomo simile? E, se aveste dovuto creare un tipo di grande astronomo, lo avreste mai chiamato Galileo? E avreste mai chiamato Dante un poeta di quella fatta? Per un uomo simile ci voleva, a dir poco, un doppio nome: Gianfrancesco, Giampaolo, Gian Domenico. Oppure, un nome solo, ma un nome come Ercole. Petrarca con quel Francesco, non è niente di speciale. Pensate quanto sarebbe stato meglio Armando o Lucio Petrarca.
L'unico che sia a posto è Machiavelli: Nicolò. Non Nicola, Nicolò: nome diplomatico e machiavellico per eccellenza. Fa ridere ed è imponente secondo il tono con cui lo si pronunzia. Arriva Nicolò: fa ridere. Ohé, c'è di là Nicolò: è pieno di importanza.
I genitori non pensano abbastanza alla gravità di quello che fanno nel dare un nome ai figli. Essi predispongono con questo una notevole parte del destino di quelli e riducono sempre più il campo del libero arbitrio già tanto limitato dalla parentela, dal fisico, dal suono e dalla potenza della voce, e da tante altre cose, che i figli trovano già fissate nell'atto di venire al mondo: la statura, il colore dei capelli e degli occhi, non se li sono scelti da sé, idem la nazionalità il sesso l'epoca e il luogo della nascita; togliete all'arbitrio di chi viene al mondo anche il nome e lasciate il resto in sua facoltà. È come legarlo e dirgli: Cammina! Gerolamo non avrà il destino di Marcello, né Armando la sorte di Pasquale, di Firmino, o di Bartolomeo. Mentre Gastone sarà amato dalle donne più di Procopio, Adolfo finirà forse parrucchiere per signora; Nicola sarà a posto quando diventerà zio; egli non può aspirare a niente di più che ad avere dei nipotini o, al massimo, ad essere zar di Russia.
Dicevamo dunque che il giovane si chiamava...

Ma ci si consenta un'ultima osservazione sull'argomento dei nomi. Dopo di che chiuderemo questa parentesi col pieno trionfo della nostra tesi.
Pensate a quel che avverrebbe se la scelta dei nomi fosse lasciata agli interessati. Se, per intenderci, ogni cittadino restasse senza nome fino a quando non fosse in grado di darsene uno da sé. Giunto a una certa età, gli si direbbe: «Ecco, ora puoi sceglierti un nome ". Passi per gli scrittori, gli artisti e tutti quei capi scarichi che sogliono adottare uno pseudonimo. Per essi sarebbe soltanto questione di scegliere fra Lucio, Luciano, Marcello, Claudio, Armando, Gastone, Paolo. Ma per gli altri!
Ci può essere un ciabattino, contento del proprio stato, che si mette nome Crispino. Ce ne può essere un altro che aspira a diventare guerriero, e si mette nome Napoleone. E chi volete che dia a se stesso i nomi di Bartolomeo, Macario, Teopompo, o Marcantonio?
Poi, finché uno è giovane, può aspirare al nome di Lucio o di Armando. Ma, quando è vecchio, che se ne fa di questi nomi? Senza contare altre ragioni di dubbio e di perplessità. A una certa età il cittadino è chiamato a esercitare il suo diritto - tutti i diritti dei cittadini sono dei doveri - di fissare il proprio nome. Egli ne avrà già una lista. Mario è escluso, perché troppo comune, Cornelio è buffo, Lorenzo è inutile, Amonasro suona male, Filippo lo porta il tale, Marcello è il nome del portiere, Giorgio è antipatico alla moglie, Clodoveo è difficile a pronunziarsi, questo è troppo lungo, quest'altro non dice niente, questo non ha giorno onomastico.
Finché, magari, si finisce col mettersi un nome che non piace affatto e per tutta la vita si resta col rimpianto e si dice: « Ah, se quel giorno avessi pensato a Mardocheo!".
Il giovine che passeggiava nella sua camera, nervosamente, era una vivente smentita alla nostra teoria sui nomi. Si chiamava Battista e non era diventato un vecchio e fedele servitore. Era diventato, invece, caso strano per un Battista, semplicemente un giovine timido.
Come mai? Mistero. O, forse, scherzi del caso. Si tratta, comunque, dell'eccezione che conferma la regola. Ci sono regole fatte di sole eccezioni: sono confermatissime.
Battista, detto anche Raggio di Sole, s'era alzato tardi e aveva trovato un tempo piovigginoso. Non aveva nulla da fare. Ma pensò d'aver fatto tardi per tutto e che non gli restava altro da fare che uccidersi. Per dir la verità, non era la prima volta che gli frullava per il capo l'idea di uccidersi. Anzi, quest'idea gli veniva spesso quando s'alzava. Aggiungiamo, per la cronaca, che gli veniva specialmente la domenica. È straordinario il numero delle persone che s'ammazzerebbero la domenica. Chi sa perché. Forse perché è festa e c'è più tempo libero. Del resto, sarebbe un modo come un altro d'impiegar la domenica. Specialmente quei pomeriggi piovosi delle domeniche invernali, quando non si sa dove andare, ci si alza tardi e non c'è più tempo di far nulla, perché si fa subito notte; e si sente dal cortile un pianoforte che suona musica tedesca. Ah, questi musicisti tedeschi! Ne hanno di mancati suicidi sulla coscienza! Vi siete mai domandati, in questi pomeriggi, come avreste impiegato la domenica? E non v'è mai balenata in mente l'idea d'un vuoto spaventoso d'una solitudine tremenda, d'una inutilità disperata e senza rimedio, d'un ritardo fantastico? E non v'è mai venuto il pensiero di riempire questo vuoto con un colpo di rivoltella?
No? Tanto peggio per voi.

A parte la domenica, in generale è straordinario il numero delle persone che pensano al suicidio; e, bisogna aggiungere, che non si uccidono. Si può dire che tutti ci abbiano pensato almeno una volta.
Raggio di Sole era uno di quelli che ci pensano soltanto. Finì di vestirsi e, mentre suonava mezzogiorno, uscì, deciso a mangiarsi in un sol giorno tutto il suo patrimonio.
Per attuare questo proposito, che avrebbe spaventato Pierpont Morgan, comperò un panino e, deponendo tutto il proprio avere nelle mani di un salumiere, gli disse di dargli tutto quello che poteva. Avute quattro fette di salame, si recò ai giardini pubblici, a quell'ora deserti, e si diresse verso una panchina, dove era seduto un giovinotto robusto. Questi aveva un'aria dimessa, ma non priva d'una certa distinzione, che gli derivava dalla sua scarpa destra; e doveva interessarsi molto ai fatti del passato, poiché era immerso nella lettura d'un giornale di qualche mese prima. Cavò di tasca e accese un mozzicone di sigaretta, senza interromper la lettura, e non s'accorse di Battista, neppure quando questi cerimoniosamente, prima di prender posto, gli chiese permesso.
Appena seduto, Battista, con un'aria soddisfatta e una fame da lupi, tirò fuori l'involto del pane e del salame. Per mezzo d'un temperino, spaccò il panino e se lo pose delicatamente sui ginocchi. Poi guardò le quattro fette di salame ad una ad una contro luce e, con tenerezza materna, le liberò delle loro pelli, badando di non danneggiarle e ingoiando ogni tanto un po' di saliva. Quindi cominciò a deporle nell'interno del panino; cercava di lasciare scoperto quanto meno spazio gli riuscisse, dimostrando, nei limiti del possibile, le singolari risorse della sua ingegnosità. Ciò fatto, guardò il pane e il salame con la gioia dell'artista che mira l'opera propria. (La quale gioia, in verità, è una leggenda; noi non conosciamo che artisti i quali mirano con rabbia l'opera propria. ) Sorridendo, ricongiunse le due meta del panino; con la carta che avvolgeva il pane e il salame, improvvisò un tovagliolo e se lo mise sui ginocchi. Mentre s'accingeva soddisfatto a dare il primo morso al suo pranzo, fermò la mano e il panino a mezz'aria:
« Vuol favorire? » disse al vicino.
Questi alzò il capo dal giornale, s'accorse per la prima volta di Battista.
« Grazie », mormorò.
Prese il panino e ne fece un sol boccone.
Cominciava a cadere una pioggerella sottile.


Come sono belli i giardini pubblici sotto la pioggia, quando dai prati si leva un pigro vapore, le siepi di mortella sono lavate di fresco, i crisantemi nelle aiuole sono gonfi, gli alberi gocciolano e il piccolo lago grigio e gremito di birilli d'acqua! Allora le panchine di legno sono fradice e i lombi delle ninfe marmoree grondano. Non passa nessuno. Sola, nei vialetti coperti di ghiaia, s'avanza leggera la pioggia, sottile sottile, signora del luogo, tamburella le grandi foglie delle piante acquatiche e crepita sulle foglie secche, che un gelido vento ha rapito agli alberi stecchiti; penetra nel segreto dei boschetti, ondeggia come una larga cortina sui prati che s'avvallano, bagna le staccionate di sughero, gocciola intorno al chiosco deserto.
«Attenzione!» pensò Raggio di Sole, che s'era messo a camminare.
Passava in un vialetto una bellissima ragazza.
Bisogna saper scegliere le donne che si possono abbordare. Ci son giorni che se ne incontrano cento e giorni che non se ne incontra nessuna. Generalmente, se ne incontrano di più quando s'è in compagnia di un'altra donna. Perciò non sapremmo abbastanza raccomandare di andare a caccia di donne in compagnia d'un'altra donna. Bisogna, poi, tener presente che quasi ogni donna, in certi momenti, è favorevolmente disposta verso l'avventura, bisogna saper essere per lei, in quei momenti, lo sconosciuto che non compromette e che non si rivedrà domani. In certi casi, basterà essere lo sconosciuto che versa una piccola somma. In massima, le donne che camminano frettolose non si trovano nello stato d'animo descritto. E nemmeno quelle che sono in compagnia d'un uomo. Le altre, seguitele. E fate capir loro, immediatamente, che le state seguendo. È inutile seguirle di nascosto. Si sconsiglia risolutamente di rivolgere la parola a una donna, finché ella non vi abbia guardato almeno una volta. Se ella affetta di non accorgersi di voi, che le camminerete vicino, precedetela di qualche passo, voltatevi ogni tanto, aspettatela, guardandola e cercando di farvi notare e, sopra tutto, di non perdere di vista, tra la folla, l'oggetto amato.

Le donne sono tutte un poco pazze. Spesso tengono a lungo un contegno enigmatico, per esplodere a un tratto con pari probabilità, in atti ostili o cordiali. Perciò il cacciatore sia tenace e cauto nello stesso tempo. Sperimenti l'occhiolino. Una delle cose che trattengono spesso la donna dal dare chiari segni di simpatia è il timore di passare per frivola di fronte allo stesso uomo che la segue. Per questo, il cacciatore deve mostrarsi rispettoso e contentarsi di semplici indizi. Non pretenda ne aspetti - e questo non avviene che in rari casi - che la donna gli sorrida. Basterà capire che ella si mette in condizione di facilitargli la conquista.
Appena il maschio si sarà formata questa convinzione se, per esempio, la femmina rallenta il passo, se lo guarda con la coda dell'occhio, se si ferma davanti a una vetrina se imbuca una via meno affollata - agisca rapido e deciso. Entriamo cosi nella seconda fase - la più delicata - della conquista. L'uomo si avvicinerà alla donna misurerà il suo passo su quello di lei e, a meno che la strada non sia deserta, non farà nessun gesto che possa essere notato dai passanti; non si toglierà il cappello, non saluterà, ma avrà l'aria d'essere in compagnia della signora.
La solita frase: «Permette che l'accompagni?» è sciocca e dannosa. Non avviene quasi mai che una donna risponda subito sì, anche se questo sia nei suoi desideri. Una personale esperienza ci induce a consigliare questa frase, che vuol esser pronunziata a bassa voce e con l'aria più naturale, come si stesse continuando una conversazione: « Dove va?».
Può darsi che la donna non risponda. Anzi, è molto probabile che non risponda. All'accorgimento del cacciatore, il capire se quel silenzio e momentaneo o decisivo. Può darsi che la donna dia uno schiaffo. Allontanarsi in fretta. Può darsi che dica: «A casa ». Allora, educatamente, garbatamente, con tono insinuante, le si chiederà il permesso d'accompagnarla, aggiungendo che, però, si desidera non metterla in imbarazzo nel caso ci sia la probabilità d'incontrare un parente, un fidanzato, o addirittura un marito.
Lo spirito informatore di questa norma è l'opportunità di evitare scene spiacevoli. Liberati da questo timore, basterà mostrarsi modestamente spiritosi e molto ingenui, per giungere alla totale conquista dell'oggetto desiderato. Tener sempre presente questa norma generale: è indispensabile dare alla donna l'illusione d'averla conquistata.
Raggio di Sole conosceva bene queste regole, ma la sua timidezza lo metteva nell'impossibilità di applicarle, anche perché la ragazza era a cavallo. Ogni giorno ella passava nel viale solitario bagnato dalla notturna pioggia, sotto gli alberi gocciolanti. Raggio di Sole l'aspettava nascosto dietro un albero, col cuore in tumulto. Poi le faceva la cavalletta e andava a nascondersi dietro un altro albero per vederla passare ancora. E poi raggiungeva un terzo albero e poi un quarto, infradiciandosi e inzaccherandosi nel traversare i prati di corsa.
Ogni mattina arrivava in anticipo ai giardini e, graffiandosi le mani tra i cespugli bagnati, coglieva un mazzolino di fiori, ma gli mancava sempre il coraggio d'offrirlo alla sconosciuta. Finché quel giorno, vincendo la timidezza, si fece in mezzo al viale, sbarrò il passo all'amazzone, e, col cappello teso, fece una riverenza al cavallo, che s'impennò.
«Ma non si vergogna di mettere sotto il muso del cavallo un cappello simile? » strillò l'amazzone.
Mentre lei s'allontanava al trotto, Raggio di Sole considerò il proprio cappello. Impresentabile. Si ricordava tempi migliori, ma come lontani ! Quando stava attaccato, con la falduccia dalla piega caratteristica, gli somigliava, e Battista l'avrebbe detto una parte di se stesso. Ma non c'era tempo da perdere; urgeva sostituirlo con un cappello bellissimo. Ma il denaro?
Raggio di Sole andò ad offrire una sua novella al direttore d'un giornale.
« Sentiamo di che si tratta », gli disse questi; «per l'appunto abbiamo bisogno di racconti a fondo psicologico, i soli che oggi piacciano al pubblico.» Raggio di Sole ne riferì un sunto.
« Giravo il mondo in cerca di fortuna e a Londra riuscii a trovar lavoro. Si trattava di far da mostra a una trattoria, mangiando a quattro ganasce in vista del pubblico. Quello dell'uomo che mangia per pubblicità è un mestiere altrettanto comune a Londra, quanto, purtroppo, sconosciuto presso di noi. Ma era un lavoro da negri. Pensi: mangiare senza interruzione durante nove o dieci ore al giorno, per guadagnare una miseria. Una miseria tale che, quando la sera tornavo stanco a casa, spesso non trovavo neppure la tavola apparecchiata. E dovevo accontentarmi, il più delle volte, di un semplice caffelatte, che era tutta la mia cena. Finalmente, non resistendo a questa vita di stenti, chiesi al proprietario della trattoria che mi aumentasse il salario, oppure mi diminuisse il lavoro. E, poiché non ottenni né l'una cosa né l'altra, mi dimisi. Che vuole, quello che guadagnavo non mi bastava neppure per comperarmi un boccone di pane e...»
Il direttore gli fÈ cenno di tacere e restò pensieroso per qualche minuto.
« Non si scoraggi », disse, alla fine. « Faccia un bel colpo: scopra un delitto, descriva un ambiente inaccessibile, mi porti un'intervista clamorosa, qualcosa da far chiasso. »
Per istrada, Raggio di Sole si scervellava: gli ambienti inaccessibili non gli sorridevano; delitti da scoprire non ce n'erano; restavano le interviste clamorose. Ma con chi? Sulla piazza non si trovava l'ombra d'un re o d'un imperatore in incognito, i vecchi briganti usciti dopo quarant'anni dalla galera erano irreperibili, i personaggi bizzarri erano stati sfruttati da tempo e il pubblico non ne voleva sentir parlare, nessuna celebre mondana aveva deciso di ritirarsi in un convento, e nei bassifondi della città non si trovava uno sventratore degno di considerazione.
Battista non sapeva a che santo votarsi e si mise a girare per le strade, in cerca almeno d'un bambino scacciato di casa da genitori d'una crudeltà incredibile. Ma, purtroppo, i bambini non avevano serie ragioni di dolersi dei loro parenti.
A un tratto, il giovane trasalì. Aveva scorto, tra la folla uno di quegli ostinati camminatori che compiono l'inutile e impressionante sfacchinata di girare il mondo a piedi: calzettoni, ginocchi nudi, tascapane, occhiali e cartello con l'indicazione: Giro del mondo a piedi.
Era l'intervista. Battista si presentò e l'invitò a cena (s'era fatto fare un prestito) in un ristorante dove non volle aggredir subito con le domande il commensale. Aspettò d'essere alla frutta e qui insinuò abilmente un:
« È stanco? ».
« No », rispose il globe-trotter, che pareva un tipo di poche parole.
« Non è stanco », mormorò il giovane, prendendo appunti.
E, per fargli sciogliere lo scilinguagnolo, ordinò dei liquori. Quindi fece cadere il discorso sui vari paesi del mondo, nella speranza che l'altro desse la stura alle impressioni personali.
Ma, poi che quegli lo lasciava dire, limitandosi a tracannare le bevande spiritose, finì per attaccarlo di fronte, sul tema: curiosità di viaggio.
« Ha consumato, finora, molte paia di scarpe? »
« Purtroppo » rispose il globe-trotter « si: un paio di paia all'anno. »
« Non è molto. Forse sono scarpe speciali? »
« Le scarpe che portano tutti. »
« Chi sa che sofferenze per i suoi poveri piedi! Lei farà un grande uso di cerotti. »
« Non ne ho mai avuto bisogno. »
« Ha perduto molti chili di peso, da che è in viaggio? »
« Nemmeno uno. »
« È, talvolta, caduto affranto, verso sera, sull'orlo della strada? »
« Mai. »
« Ha avuti spiacevoli incontri? »
« Nessuno, per fortuna. »
« Nemmeno un cane randagio? »
« Nemmeno un cane. »
« Avventure pericolose?... »
« Nessuna. »
« È stato costretto a pernottare in aperta campagna, o, magari, nel cuore di qualche foresta, accendendo il fuoco per tener lontane le fiere? »
« Ho sempre dormito a letto. »
« È stato mai raccolto, morto di fame, di stanchezza e di freddo, in qualche casolare sperduto nella solitudine sterminata? »
« Mai. »
« Malattie? »
« Qualche raffreddore. »
« Ha bisogno di riposo? »
« Sono fresco come una rosa. »
Battista considerò con ammirazione quell'uomo straordinario, per il quale il giro del mondo a piedi era una bazzecola.
« Ma sa che lei è un fenomeno? » disse.
« Non s'era mai dato il caso d'un globe-trotter che non accusasse nessuna delle conseguenze d'una così faticosa impresa. È un fatto che non si spiega. »
Il globe-trotter accese uno dei sigari offertigli da Raggio di Sole, tracannò un altro bicchierino di liquore.
« Si spiega benissimo » disse.
« Io sono un globe-trotter che ha cominciato il giro del mondo da mezz'ora. Sono uscito di casa mezz'ora fa - la mia casa è dirimpetto a questa trattoria - e, poiché ho avuto la fortuna d'incontrarla, ho fatto una prima tappa: finora ho percorso soltanto dieci metri. Con permesso. »
Il globe-trotter s'alzò e, caricatosi lo zaino in ispalla, proseguì il giro del mondo a piedi.