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Hanno scritto...



Lei romanzi e nelle commedie l’atteggiamento anarchico di Campanile aveva portato un totale caos nelle convenzioni linguistiche e comunicative di ogni sorta. Nel caso delle Tragedie in due battute tale atteggiamento arriva addirittura a far implodere il teatro, come s’è visto. Certo le tragedie possono essere paragonate all’esperienza (precedente) del teatro sintetico futurista, ma non credo sia corretto annoverare Campanile nel gruppo di Marinetti e compagni, come qualcuno ha tentato di fare. I futuristi avevano un atteggiamento fondamentalmente e dichiaratamente provocatorio in tutto ciò che scrivevano e facevano, ed inoltre era evidente il contenuto politico del loro movimento. Tra l’altro l’accademismo che essi tanto contestarono abbraccerà e soffocherà anche loro, tanto da spegnere lo spirito d’avanguardia che pure ebbe il futurismo degli inizi. La loro scrittura sintetica, inoltre, indubbiamente valida nell’aprire la via ad una nuova letteratura, non fu approfondita più di tanto, ed è sostanzialmente giusto quello che molta critica afferma, e cioè che il prodotto più originale del futurismo italiano, in letteratura, fu rappresentato dalle sue celebri quanto burrascose manifestazioni artistiche estemporanee (che però spesso finivano in colossali risse, data la loro esaltazione della violenza).
Campanile non ebbe nulla a che vedere con questi atteggiamenti artistici e sociali. Se la sua penna fu provocatoria, non lo fu certo alla maniera dei futuristi i quali, al contrario di Campanile, cercarono di distruggere la tradizione letteraria dall’esterno di essa; nella vita privata, poi, Campanile fu tutt’altro che un provocatore; men che mai un accademico, e per quel che riguarda i contenuti politici la sua opera non ne ebbe affatto, o se ne ebbe furono contenuti molto più velati e di grana davvero fine rispetto agli estremismi demagogici dei futuristi (tant’è che questi ultimi aderiranno al fascismo e poi alla R.S.I., come s’è detto). Per quanto riguarda la scrittura sintetica, posso riconoscere nelle Tragedie in due battute una filiazione dal futurismo, ad esempio dalla "sintesi della notte" Non c’è un cane del futurista napoletano Cangiullo:
"Personaggio: QUELLO CHE NON C’E’
Una via solitaria di notte. Lampione a braccio. Un cane esce da una quinta a sinistra. Traversa la scena ed entra in una quinta a destra.
TELA".

D’accordo, Non c’è un cane è un pezzo di teatro vicinissimo alle Tragedie, ma Campanile, che ha una statura artistica decisamente superiore a Cangiullo e a tutti gli altri scrittori futuristi, riesce ad andare fino in fondo, riesce ad esasperare la scrittura teatrale sintetica tanto da raggiungere quegli esiti che abbiamo visto nel paragrafo precedente. Esiti che con i futuristi non erano sperabili neanche lontanamente.

Tanto è consapevole Campanile della carica potente della propria scrittura anarchica, tanto è conscio della sua capacità di ribaltare o distruggere qualunque convenzione formale, agendo però sempre dall’interno di ogni meccanismo, e mai colpendo dall’esterno, che riesce addirittura ad effettuare l’opposto della scrittura sintetica: la scrittura dilatata.
Nel romanzo Ma che cos’è questo amore? oltre a tutte le grandiose trovate, esiste anche un paradosso formale tecnicamente e radicalmente opposto alla sintesi. Mentre, infatti, Campanile caratterizza il suo romanzo con una serie continua, scoppiettante, imprevedibile di battute comiche velocissime, riempiendo singole pagine talvolta anche con decine di battute e "lazzi" semantici e formali, è capace anche di cominciare una battuta e di continuarla lungo pagine e pagine, addirittura attraverso più capitoli. Mi riferisco a quando i personaggi di Carl’Alberto e Lucy si defilano per consumare finalmente il loro amore, e mentre loro "consumano", appunto, l’autore ci avverte che nel frattempo dovremo occuparci di altro:

Ma per far passare il tempo, bisognerebbe escogitare qualche altra cosa. Ecco. L’autore vi racconterà la storia del Suo viaggio a Rocca di Papa. Chi preferisse impiegare il tempo diversamente può saltare a piè pari la storia".

Avrebbe potuto liquidare in mezza riga il tanto sospirato ed avvenuto incontro tra i due innamorati, ed invece no. Dà ad essi il tempo necessario di cui si ha normalmente bisogno per far l’amore, e nel frattempo ci racconta di una cosa di cui non ci importa nulla: un suo viaggio a Rocca di Papa. L’effetto comico sta proprio qui: ancora una volta Campanile sovverte le regole della normale scrittura letteraria, dando ai due amanti la possibilità di compiere in tempo reale il loro incontro, e lo fa con una non – battuta, anzi con una battuta fiume che dura da sola pagine e pagine di scrittura, perché consiste appunto nel non liquidare castamente e subito l’episodio dei due personaggi, e nemmeno nel descrivere passo per passo il loro incontro intimo, ma nel "girarsi dall’altra parte", nel raccontare tutt’altro mentre nella stanza accanto succede, parallelamente, ciò che succede. L’effetto di questa battuta dilatata è comico in continuazione, perché di tanto in tanto il Campanile narratore ci ricorda che stiamo parlando di cose di cui non ci interessa affatto, che stiamo concedendo ai due personaggi il loro spazio amoroso; e ce lo ricorda andando lui stesso a "controllare" nella loro stanza lo svolgimento degli eventi:

"Il signor Carl’Alberto e la signora Lucy?’
"Riposano.’

"Non li disturbi. Ripasseremo.’

Lettori miei, l’Autore è assai dolente di farvi aspettare tanto, ma non è colpa sua. D’altronde, non può fare il torto ai suoi protagonisti, di sollecitarli. Bisogna attendere. Il male è che non c’è nient’altro da dire. Ma, per ammazzare ancora una volta il tempo, l’Autore vi racconterà una novella. Mettetevi tutti intorno, e zitti.

Ci siamo?

Avanti".
Ci dà un sintetico ragguaglio, dunque, e passa a raccontare altre cose inutili. Addirittura inserisce una favola che, come il "Viaggio a Rocca di Papa", non c’entra un bel nulla col romanzo così che la situazione della "battuta dilatata" possa avere tutto il tempo di svolgersi e di esaurirsi:

"C’era una volta un Re chiamato Marzavàn, il quale era il più infelice di tutti i Re della terra. Un giorno, mentre era occupato nei suoi tristi pensieri e stava divisando di togliersi la vita, gli si presentò un uomo poveramente vestito, che gli disse:
"Sire..."
***

Alt.

Finalmente.

Chiudiamo in fretta il capitolo perché arrivano (Carl’Alberto e Lucy)".

Questo è il grande Campanile: parole, frasi e situazioni "desemantizzate" e poi "risemantizzate"; scrittura sintetica e dilatazione; comicità dilagante e racconti serissimi (come in Cantilena all’angolo della strada del 1933 e ne Il giro dei miracoli del 1949). Campanile stupisce sempre perché sempre contravviene alle regole, non è mai scontato; in ogni sua opera, teatro o prosa che sia, tutto ciò che è o sembra essere nasconde altro. La parola diventa anarchica perché smette di avere un certo significato, si libera di una ed una sola sostanza e, perse le catene della semantica, diventa significante impazzito. Campanile ci mostra come dietro un’apparenza che simbolicamente rinvia ad un significato preciso, storico, culturale, ci possa essere tutt’altra situazione, tutt’altre leggi.

Quanto agli anni Venti, quelli del fascismo nonché quelli in cui Campanile cominciò a pubblicare le prime Tragedie in due battute ed i primi romanzi demenziali, c’è da dire che la sua penna costituisce una vera e propria carica destabilizzante. Per quei tempi l’umorismo assurdo di Campanile faceva un po’ da contraltare all’assoluto bisogno di stabilità sociale, di potere forte e controllato del regime fascista: nella (apparente) società delle regole tassative ed insindacabili esplodeva la parola anarchica di Achille Campanile, vero e proprio paradosso culturale italiano degli anni Venti. Questo nuovo e travolgente umorismo contribuiva a tenere sempre potenzialmente sveglio, sotto sotto, lo spirito critico di molti italiani, l’idea di poter vedere le cose da altri punti di vista, di non accettare per buono tutto ciò che apparentemente è, ma di pensare che potrebbe essere qualcos’altro, che potrebbe nascondere qualcos’altro. Più anarchico e destabilizzante di questo meccanismo, che crea una coscienza attraverso la purificazione da tutte le apparenze, non c’è nulla.


* Gianni Pellegrini è un giovane foggiano studioso delle opere di Achille Campanile.

Il suo saggio critico "Achille Campanile - La parola anarchica - 1999"
è stato pubblicato sul 42° volume degli
Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell' Università di Bari.


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