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'Molinari Achille Campanile
di Vito Molinari


Il regista Vito Molinari ha frequentato e collaborato con Campanile nei primi anni sessanta


"Fin da piccolo, dentro di me, sapevo come una cosa certissima e ovvia, che sarei diventato scrittore. Dirò di più, scrittore celebre". Così, senza falsa modestia, si autopresenta Achille Campanile (1899- 1977), in un suo autoritratto. D'altra parte, a undici anni, in prima ginnasiale, scrive una tragedia in versi in cinque atti, "Rosmunda", che ha grande successo tra i suoi compagni; Alboino: "Bevi, Rosmunda nel teschio tondo di tuo papà Re Cunimondo". Rosmunda: "Caro Alboino- bere non posso- tutto quel vino-dentro quell' osso". Il suo professore, ridendo sotto i baffi, gli pronostica: "Se studierai, un giorno scriverai delle tragedie serie…".

Il padre di Campanile, Gaetano Campanile­ Mancini, era regista, "scenografo" del cinema muto, giornalista e scrittore; desiderava che suo figlio diventasse ngegnere navale la madre, Clotilde Fiore, lo avrebbe voluto monaco. Achille decise di studiare giurisprudenza e di tentare il giornalismo. Con l'aiuto del padre, fu assunto come correttore di bozze alla "Tribuna", ma il lavoro non era molto interessante, faceva continui errori. Così passò all '"Idea Nazionale", dove fece danni ll'archivio: volendolo riordinare, lo distrusse e lo lasciò nel caos. Ad evitare guai peggiori, lo trasferirono alla cronaca, non scrivesse nulla. Un giorno ecuperò dal cestino la notizia di una vedova, che andava tutti i giorni al cimitero a visitare il marito, finché improvvisamente morì, stramazzando sulla sua tomba. Rielaborò la storia e la pubblicò col titolo: "Tanto va la gatta al lardo...". Il curatore della terza pagina era Silvio D' Amico, che commentò: " O è un pazzo o è un genio". Era già l'uno e l'altro: un pazzo geniale, un genio folle. Continuò così, con la tacita approvazione della redazione divertita, a riscrivere notizie curiose, traendone storielle divertenti. Ormai era un giornalista! " Appena mi sentii importante, decisi di adoperare il monocolo. Non l'ho più abbandonato, anche cambiando giornale". Intanto Campanile comincia a scrivere le "tragedie in due battute"; ogni tanto riesce a farle pubblicare sul Corriere italiano", giornale con cui collabora. Ma collabora pure con molti altri giornali, e scrive ininterrottamente, anche se non pubblicato. Il suo primo romanzo, "Ma cosa è quest'amore?", del 1924, sarà pubblicato tre anni dopo. Nel 1925, Anton Giulio Bragaglia, al suo Teatro degli Indipendenti, mette in scena un atto unico di Campanile: "Centocinquanta, la gallina canta". E subito dopo, "L' inventore del cavallo" e "Il ciambellone". Suscitano interesse e polemiche. Al "Ciambellone, Campanile partecipa pure come attore. Ma quello di Bragaglia è un teatro di élite; il debutto nel teatro tradizionale, avviene nello stesso anno. Il capocomico Piero Mazzuccato gli chiede una sua " tragedia in due battute", da rappresentare al Teatro Margherita di Roma. L'autore stesso ricorda, in " Autoritratto", di aver scelto " Colazione all' aperto". Un povero diavolo affamato si è comprato due fette di salame e un panino, e va a sedersi su una panchina pubblica, per godersi in pace le gioie di questo pranzetto. E se lo prepara amorosamente, spaccando il panino, disponendo le fette a regola d'arte, in modo da coprire più spazio possibile, e pregustando la colazione, in cui ha investito ogni suo avere. Al momento di addentare il panino, poiché una persona educata, ' si volge'· ad uno sconosciuto che siede sulla stessa panchina leggendo il giornale, e gli dice, come si usa: "Vuol favorire?". L' altro alza gli occhi dal giornale, vede ora per la prima volta il panino, e "Grazie!" lo afferma e ne fa un solo boccone, mentre cala il sipario. Tre parole in tutto, ma è importante, per l'effetto sul pubblico, la lunga preparazione a scena muta: Ricorda ancora Campanile: "La compagnia inscenò la rappresentazione con ricchezza di mezzi, fece fare uno scenario apposito, ordinò i costumi e affidò i ruoli a due dei suoi migliori elementi. Il trovarobe si spinse a provvedere del vero salame di ottima qualità e un autentico panino. Per una settimana Roma fu tappezzata di grandi manifesti che annunciavano: " Teatro Margherita. "Colazione all'aperto" di Achille Campanile. Novità assoluta". Quella sera rimasi ad aggirarmi nei pressi del teatro, provando quelle pene che ogni autore novellino ben conosce e che si sogliono chiamare "il divino tormento dell'arte". L'indomani sfoglio i giornali con ansia, vo alle rubriche teatrali. Non c'era niente circa il mio lavoro. Stupefatto, m'informai, e che vengo a sapere? La mia "tragedia", a causa della sua brevità era passata inosservata. Molti, giunti a teatro con qualche minuto di ritardo, l'avevano perduta per intero, i fortunati che erano stati puntuali, non avevano afferrato la ''trama", perché non immaginavano che il dialogo si riducesse a due sole battute. Cosicché, alzatosi il sipario, non avevano prestato grande attenzione alle prime battute che erano anche le ultime, e avevano visto con sorpresa ridiscendere quasi subito il sipario.... Cosicché posso dire che il mio primo lavoro fu rappresentato per molte sere davanti a grandi folle, senza che nessuno lo vedesse né l'udisse". In realtà l'umorismo di Campanile era assolutamente nuovo, dirompente, molto diverso da quello piccolo borghese di moda, di Gandolin, e da quello letterario di Pirandello e Panzini. "L'umorismo - diceva Campanile - è il solletico al cervello". Era assolutamente cosciente della sua originalità. Certo, un umorista che faceva molto ridere, insospettiva. ed ecco quindi le prese di distanza di alcuni letterati e critici piuttosto miopi. Ma in verità i suoi primi romanzi, "Ma cosa è quest'amore?", "Se la luna mi porta fortuna", Giovanotti, non esageriamo", "Agosto, moglie mia non ti conosco", hanno un inaspettato, grandissimo successo. È nato un nuovo genere letterario, l'umorismo moderno, e un nuovo teatro, quello dell'assurdo, inventato da Campanile. Certo, tante novità possono disturbare, sconvolgere, essere rifiutate. Pirandello passa per essere uno dei primi ammiratori dell'umorismo di Campanile. Ma in verità, all'inizio, non fu così. Nel 1930 va in scena, al Teatro Manzoni di Milano, la commedia "L'amore fa fare questo e altro". Con la regia di Guido Salvini, un'ottima compagnia, tra cui Vittorio De Sica (anche parente di Campanile), Giuditta Rissone, Giulio Donadio; Checco Rissone, Pina Renzi. Fin dalle prime battute il pubblico si divide, denigratori e favorevoli. Persino i carabinieri di servizio litigano tra loro. Improvvisamente, una grande ovazione generale: il pubblico aveva individuato Pirandello in un palco, assieme a Dario Niccodemi, e li omaggia. Campanile, scocciato, va alla ribalta e proclama: "L' autore sono io!". Viene sommerso dai fischi. Campanile ricorda che Pirandello lo aveva guardato con odio. Pirandello stesso, scrivendo a Marta Abba, racconta l'episodio e parla di "fiasco colossale di quella scipita buffonata di Campanile", e degli applausi rivolti a lui. Rappresentazione interrotta, e, dopo altri tumulti alle repliche di Roma, la compagnia sospende le rappresentazioni. Come in altre occasioni, anche in "L'amore fa fare questo e altro", Campanile partecipa anche come attore. Ha il ruolo di un bandito che suona la fisarmonica, e viene decapitato. " Parte difficilissima - dice l'autore - poiché non tanto la decapitazione, quanto il suonare la fisarmonica era per me una vera tortura, Si potrebbe dire che piuttosto di suonare la fisarmonica mi sarei fatto tagliare la testa". Tre anni dopo, 1933, al Teatro Barberini di Roma, stessa commedia, altro dramma. Gli attori della Compagnia Za Bum n.8, interrompono la rappresentazione dopo il primo atto, e cominciano a recitare un'altra commedia. Caso assolutamente unico nelle storie del teatro. Alcuni colleghi testimoniano a Campanile la loro solidarietà, tra questi anche Pirandello. Ma Campanile è ormai abituato alle battaglie. "Io sono l'autore più fischiato d'Italia. Ma sono anche l'autore più copiato d'Italia. E le commedie che mi vengono copiate hanno un grandissimo successo". Una volta una sua commedia fu contestatissima. Il pubblico fischiava, inveiva; gli attori dovettero interrompere la rappresentazione. Fu calato il sipario. Fra gli ululati generali, usci alla ribalta Campanile; faticosamente calmò il pubblico, accennando di voler parlare. "Se state buoni, ve ne facciamo un altro pezzettino!". E fuggì via di corsa, prima che le cose volgessero al peggio. Alberto Bonucci mi ha raccontato che, a inizio carriera, ha partecipato a vari spettacoli ai varietà, in tournée, in provincia, in cui si esibiva anche Campanile come interprete. Solo, al centro del palcoscenico, Campanile recitava: "Tragedia in due battute. La scena si svolge nel Paradiso Terrestre. Al centro della scena è un albero. Appeso all'albero, un cartello con la scritta: "Piccolo Teatro del Paradiso Terrestre. Questa sera lo spettacolo è sospeso per indisposizione della prima donna" Sipario. "In platea un silenzio glaciale. Achille riprendeva: "Ve lo ridico". E ripeteva tutto, fino a:" per indisposizione della prima donna". Silenzio. E Achille: "Che era Eva". Dalla platea al palcoscenico volavano urla di spettatori inferociti, fischi, pernacchie, e ortaggi vari, portati preventivamente in teatro. Campanile, calmo ma beffardo, mentre si dirigeva in quinta rivolto a Bonucci: "Alberto, vieni con la chitarra e suonagli qualcosa, che questi non capiscono un cazzo". Il lancio di ortaggi si infittiva. Evidentemente un certo istinto istrionico da attore era nelle corde di Campanile. Nel 1932, inviato dalla "Gazzetta del popolo" di Torino, al seguito del giro ciclistico d'Italia, inventò "Battista, cameriere; gregario". Ed ebbe un grande successo tra i lettori. Campanile era autore molto prolifico. Articoli per giornali vari, atti unici, commedie, romanzi., Aveva le tasche sempre piene di foglietti, su cui appuntava idee, parole in libertà, battute, aforismi, spunti, pronti per essere utilizzati nei suoi prossimi lavori. In vent'anni scrisse cinquanta commedie, seicento "Tragedie in due battute", più di dieci romanzi. Forse esagerando un po', Campanile risponde alla Storia, che lo intervista, in "Autoritratto": "Ho scritto finora 2528 lavori teatrali, di cui una decina in tre atti, una cinquantina in un atto, un numero imprecisato di scene e scenette varie, duemila circa in due sole battute, e una tragedia in cinque atti (Rosmunda) ". La sua fortuna critica è notevole. Nel 1933 vince il Premio Viareggio, con "Cantilena all'angolo della strada". Quarant'anni dopo, nel 1973, tomerà a vincerlo con "Manuale di conversazione". Nonni, padri, nipoti, uniti nell' apprezzamento del suo umorismo, sempre vivo e attuale, che supera mode e tempi. Vince anche il Premio Bagutta nel 1958. È "un classico del 900, l'inventore di un nuovo genere letterario", secondo Carlo Bo, definizione condivisa da Umberto Eco, ("Il sorriso di Achille Campanile ci ha consolato per tutta la vita"); vero padre del teatro dell'assurdo, secondo la critica francese. E Campanile ne è pienamente consapevole. Dirà: "ho scritto le battute di Jonesco, prima che Jonesco nascesse". E Jonesco stesso gliene renderà atto. Nel periodo di guerra, altre commedie e romanzi, un matrimonio breve e difficile, una rivista teatrale " Dietro quel palazzo", recensita benissimo da Paolo Grassi, critico dell'"Avanti". Nel 1953, ancora in periodo sperimentale, la tv manda in onda, nella rubrica "Il caffè delle Muse", alcuni brani di Campanile, per la regia di Alessandro Brissoni, che me lo presentò. Campanile vi partecipa da interprete, con un gran barbone finto, che anticipa quello vero che si farà crescere in seguito. Per me era un mito. Ero molto giovane e intimidito. Credo di non aver pronunciato più di quattro parole. Mai avrei pensato di poter collaborare con lui. Invece due anni dopo, nel 1955, è successo. Lui aveva 55 anni, io 25. La direzione della tv decise di realizzare l'operetta " La principessa della Czarda" di Kalman, e di affidare la sceneggiatura, riduzione, adattamento e dialoghi a Campanile. Aveva esperienze di sceneggiature cinematografiche, fin dal 1939 aveva scritto la sceneggiatura di "Animali pazzi", per Totò, ma era del tutto ignaro delle possibilità e delle regole televisive. Così chiesero a me, che ne avrei curato la regia, di affiancarlo nella stesura del testo. Abbiamo lavorato a casa sua, nell' appartamento al Villaggio dei Giomalisti, a Milano. Le sedute erano per me lezioni di scrittura comica. Campanile parlava e prendeva appunti a ruota libera, faceva dialogare i personaggi con giochi di parole, con equivoci linguistici sorprendenti, mantenendo lui sempre grande serietà. Inventava situazioni inedite, manovrava i personaggi un po' come marionette. Faceva interventi decisamente forzati in chiave comica, non aveva alcun timore reverenziale nei confronti del testo originale dell'operetta. Si divertiva a ironizzarla; alcuni ruoli erano da lui trattati al limite della macchietta. Il generale Rohndorf, che sarà interpretato da Nuto Navarrini, viene ribattezzato Von Rappenbrook. In occasione di quelle sedute di lavoro, ogni tanto entrava nella stanza una giovane ragazza, suoi vent' anni, che portava delle bomboniere che allineava su un tavolino appoggiato alla parete. Il tutto senza parole. Alla terza apparizione osservai banalmente! "Qualcuno si sposa?". E Campanile: "Si, io". Pausa: "Con lei". Conobbi così la signora Pinuccia, che diventerà la sua seconda moglie. L'operetta tv, rielaborata da Campanile, aveva come interpreti Elena Giusti, Margherita Bagni, Elvio Calderoni, Carlo Castellani, Alfredo Nobile, Ermanno Roveri, Nuto Navarrini le coreografie di Dino Solari scene di Bruno Salerno; direttore d'orchestra Cesare Gallino. Ebbe molto successo. Fu la prima, ma anche l'ultima volta che Campanile collaborò ad uno spettacolo prodotto dalla tv. Nel 1956 nasce suo figlio, Gaetano, di cui andava molto fiero: "il mio vero capolavoro". Un giorno Gaetano, che da poco camminava, si impossessò di alcuni manoscritti che Achille teneva nell' archivio, li portò in bagno e li buttò nella tazza. Il padre commentò, sottolineando la straordinaria intelligenza del figlio, e il suo spiccato senso critico. Io rimasi in contatto con Campanile e sua moglie, anche quando si trasferirono a Roma. Avevo un appartamento in via del Babbuino, vicino al loro. Qualche volta io e mia moglie fummo invitati a cena. Una sera ricordo una scena assolutamente surreale, che avrebbe potuto essere scritta da Campanile. La signora Pinuccia aveva preparato una zuppetta di vongole. Ci accomodiamo a tavola, e Achille osserva: "Mancano i cucchiai". E Pinuccia: "Lo so". Pausa. Silenzio. Iniziamo a mangiare, arrangiandoci. Achille insiste. " I cucchiai?". E Pinuccia: ''Non li trovo". La cena finì, e nessuno seppe mai che fine avessero fatto i cucchiai di casa Campanile. Nel 1961 Campanile pubblica il "Trattato delle barzellette"; in teatro debutta la commedia "Il povero Piero", nel 1965. In quello stesso anno torno a collaborare con Campanile. Ero allora condirettore del Teatro Sant'Erasmo di Milano, diretto e gestito da Maner Lualdi. Ero condirettore anche delle Compagnie del Teatro, quella con Peppino De Filippo, quella con Ricci-Magni, e quella con i giovani Montagnani-Tavanti. Una quarta era quella che agiva in pianta stabile nel teatro a pista centrale in piazza Sant' Erasmo, con Carotenuto, con Besozzi e altri attori. In cartellone c'era una novità assoluto di Campanile, "L' eroe", di cui dovevo curare la regia. Decisi di affidare la parte principale a Luigi De Filippo, figlio di Peppino, che per la prima volta debuttò come protagonista. La commedia racconta la storia di un eroe, assai meno eroico di tanta gente comune che ci circonda. Perché "il semplice vivere è eroismo… . Siamo tutti eroi". La vicenda è ispirata al leggendario assedio dell'Alcazar. Campanile non venne mai alle prove, non voleva interferire. Ma Lualdi, amico suo, gli chiese di fare un breve intervento alla prima. Scopersi così Campanile grande attore comico. Parlò per mezz'ora, tra il divertimento continuo del pubblico, tra risate e applausi. Dopo il suo intervento temevo per l'esito della commedia, che invece ebbe successo. Lualdi insistette con Campanile perché tornasse ancora; così, per una settimana, Achille ripeté il suo monologo comico, come un attore provetto. Assolutamente serio, senza mai né sorridere, né ridere, né ammiccare al pubblico. Divertentissimo. Asseriva con la massima naturalezza paradossali illogicità, che apparivano, dette da lui, logicissime. Luoghi comuni rovesciati, parole in libertà, le stesse che scriveva per i suoi personaggi, e che, con candore estremo, nel modo più semplice e naturale possibile, scardinavano il quotidiano rovesciando l'ordine logico, facendo pendere pericolosamente il baricentro di situazioni banali, ma che, come in un alto equilibrismo, ne uscivano indenni, in un mondo visto alla rovescia, tra paradossi umoristici surreali. La costruzione dialogica è così costruita, miracolosamente, come una piramide rovesciata, ma in perfetto equilibrio instabile, in una lingua italiana purissima, raffinata, per un effetto finale comicissimo. Al di là del successo, la commedia "L'eroe" aveva un primo tempo molto bello; erano esilaranti i racconti di come il protagonista, l’eroe, aveva perso un braccia. In battaglia, naturalmente. Ma equivocando, lui racconta le varie occasioni in cui perde questo suo arto artificiale, e come lo ritrova ogni volta. Il secondo tempo della commedia era invece irrisolto, faticoso, dispersivo. Campanile pubblica "Gli asparagi e l’immortalità dell'anima", nel 1974. Nello stesso anno va in scena lo spettacolo "Manuale di teatro", su testi di Campanile, con Anna Nogara e Alfredo Bianchini, regia di Filippo Crivelli. L'autore trasforma la conferenza stampa in uno show personale, ricordando i suoi trascorsi da attore, diventando protagonista di un intervento divertentissimo. Bianchini osserva: "Se lui sale in palcoscenico, ruba il mestiere a tutti". Rielabora "L'eroe" e lo trasforma in un romanzo, pubblicato nel 1976.Riscrive anche completamente il secondo tempo della commedia. Con il romanzo "L'eroe" vince il Premio Forte dei Marmi per la satira politica; in realtà è un attestato per tutta la sua attività di maestro dell'umorismo. Lo riceve pochi mesi prima di morire. Nel 1976, finalmente, la tv gli dedica una serata, a cura di Silvano Ambrogi e Nicola Garrone. Il regista Mario Ferrero dirige Giancarlo Dettori, Claudia. Giannotti, Gianni Agus, Gigi Pernice, Toni Barpi. Io avevo incontrato ancora Campanile nella sua casa di Velletri, dove si era trasferito da Roma; era un casale rimodernato, semplice ma comodo. Lui aveva l'aspetto di un patriarca, con una lunga barba bianca. Sempre uguale a sé stesso serio ma ironico, attento a tutto, mode e novità della società moderna. E pronto alla battuta controcorrente, irriverente. "Non credo che il mondo sia cambiato in peggio. È che noi siamo portati a considerare sempre con diffidenza le cose nuove e ad avere una visione idilliaca del passato. Chiamiamo quelli che ci hanno preceduto "i nostri buoni vecchi", e magari alcuni erano fior di canaglie, peggiori di quelle di oggi. Campanile si era occupato di televisione, come critico del settimanale "L'Europeo", per ben diciassette anni, dal 1958 al 1975. Ovviamente a modo suo, umoristicamente. Spesso i suoi articoli erano pretesti per divagazioni comiche, per brevi racconti moto divertenti. Era molto severo. Scrive:" Certi dirigenti Rai credono o fingono di credere che per essere capiti dagli incolti e dagli analfabeti, occorra essere dei cretini la scemenza la vogliamo facoltativa, non obbligatoria". Critica negativamente il mio "Un, due, tre", con Tognazzi e Vianello: "Hanno tentato l'empiastro ma è riuscito troppo freddo". "La censura chiude un occhio sulle gambe dei ciclisti". Disapprova "I promessi sposi" di Bolchi: "Scendeva dalla soglia: romanza e stecca". Critica ferocemente "Viaggio nella Valle del Po" di Mario Soldati: Vuole fare il presentatore e l'intervistatore senza esserne capace". Stronca anche Canzonissima. "Il Musichiere": ''Nuccia Bongiovanni e Paolo Bacilieri non riescono mai a completare un motivo, interrotti dai concorrenti. Ma non è un gran male: cantando pochissimo, riescono a cantare troppo". "Perry Como Show: Perry Como è sempre sorridente e divertito, almeno uno che si diverte c'è". Ma è anche positivo: "L'idiota" di Dostojevsky, con Giorgio Albertazzi, regia di Giacomo Vaccari: il regista è il preferito da Campanile. Giusta intuizione: Vaccari muore giovanissimo in un incidente d'auto; era il più promettente regista di prosa della tv: Una sferzante stroncatura è riservata a" Il Mattatore", con Vittorio Gassman: "Chiediamo a Gassman un po' più di coraggio". L'attore gli risponde, definendolo "iena ridens". "Chi legge", inchiesta culturale di Mario Soldati e Cesare Zavattini: "Chi legge è Soldati, legge di tutto. Tranne Soldati e un poppante, non legge proprio nessun altro". "Campanile sera": ''Vi avverto: Campanile di sera, Achille si dispera". Ma è anche serio; per la morte di Mario Riva: "E' un sincero dolore per tutti. Questa morte è per tutti un lutto di famiglia". "Giardino d'inverno": "Grazie a spericolate acrobazie tecniche Kramer riesce ad apparire in due differenti immagini, 4ata l'abituale espressione del volto del suonatore di fisarmonica, fa sì che tutto l'effetto sia quello di due signori che, con qualche pena e un po' di disagio per il fatto di doverlo fare in pubblico, stessero facendo la cura di Montecatini". Del mio "L' amico del giaguaro": "Il motto di questa pseudo satira è - scherza coi fanti e lascia stare i santi - Se avete moscerini in casa, accendete la tv". Per l'inaugurazione del secondo canale: " Lo vorrei con tutto quello che non c'è nel primo, e senza tutto quello che c'è nel primo". Gli piacciono "I Giacobini" di Federico Zardi: "E' uno dei migliori spettacoli dati dalla tv". Gli piacciono meno "I grandi camaleonti", sempre di Zardi titola: "Omero cercasi per cantare coma napoleoniche". Conferma la sua predilezione per il regista Vaccari: "Mastro Don Gesualdo è ben ridotto, benissimo diretto, splendidamente recitato". "Come, quando e perché?", dove l'Università di Bologna è definita la più antica università d'Europa e d'Italia: "L'Italia non fa parte dell'Europa, evidentemente". Per la tv dei ragazzi, "Avventure in libreria", presentatrice Elda Lanza, che dice: "L'acqua ha ispirato più volte i poeti". Campanile commenta: "Si, ma più spesso li ha ispirati il vino. Carducci, Pascoli, Ragazzoni, eccetera e poeti stranieri, più o meno alcolizzati. Oggi prevale il tipo del poeta astemio. Si sente anche dalla poesia". "L' Approdo", commemorazione del pittore Morandi, morto da poco; intervento di Longhi: "A mio parere la statura di Morandi non può che crescere". Campanile: "Strano fenomeno, per un morto". Stronca nettamente "Il circolo Pickwick" di Dikensen, regia di Gregoretti: "Un circolo vizioso di matti scalmanati all'insegna della sguaiataggine". " L' Odissea" di Franco Rosi:" Nausica e le sue ancelle non sono in fondo che delle belle e gentili lavandaie, lavano e stendono lenzuola La poesia di Omero le trasforma in principesse. La poesia dei riduttori trasforma invece delle principesse in lavandaie". Campanile scrive anche di Carosello. Per Pasta Barilla, Giorgio Albertazzi legge brani di commedie, poesie, declama: Campanile lo definisce "Il cigno della pastasciutta". Campanile lamenta che vengano usate, per i sottofondi, musiche di Mendelsson, Ponchielli, Schumann, Beethoven, Chopin, Litz: titolo "La classica non è acqua"; è uso improprio di brani classici, anche se i diritti sono scaduti; ma "chi se ne frega", tanto non possono protestare, sono sotto terra. Dedica un bel pezzo a Mina: "Mina, o le metamorfosi d'una canzonettista. Da urlatrice diventa sussurratrice, da sussurratrice gesticolatrice, con tecnica che consiste nel passare attraverso le seguenti fasi: 1) ancheggia; 2) alza le braccia; 3) le riabbassa; 4) le porta al petto; 5) le apre; 6) addita qualcosa di indefinito; 7) porta l'indice della destra alla tempia; 8) apre le braccia orizzontalmente con le palme volte all'alto. Ciò indipendentemente dalla canzone che canta e dal significato delle parole. 9) Se la posizione non coincide con. la fine della canzone, la Nostra ricomincia da capo, ripetendo l'intero ciclo tante volte quanto richiesto dalla lunghezza della canzone. Attenzione, però: in un Carosello la vedemmo introdurre nella prassi gesticolatoria una novità consistente nel riunire a mazzetto le dita della mano destra, tenendo l'avambraccio destro in posizione verticale, con la mano sinistra sotto il gomito destro. Gesto che, nel linguaggio mimico della Nostra, corrisponderà certo a frasi d'amore o d'altro sentimento nobile, ma che da Napoli in giù corrisponde al termine dialettale "iachioco" (bietolone, sciocco, ecc.). (Dalle critiche settimanali de L'Europeo"). Nel 1963 Campanile si lasciò convincere a partecipare a Carosello attivamente. Per 1'0real scrisse "Consiglio di famiglia ", interpreti Giuseppe Porelli e Carla Bizzarri, da lui scelta in quanto "persona fine". L' attrice ricorda che Campanile era spesso sul set, divertendosi a seguire le riprese. Nella sceneggiatura la famiglia tiene un consiglio per ogni piccola decisione; bellissimi i dialoghi, splendido gioco surreale sulle sciocchezze famigliari. Esempio: la madre: "Sto pensando di farmi una pelliccia di visone. Credi che costi molto?". Padre: "No. Pensare non costa niente. Puoi pensare anche di fartene dieci di pellicce, basta che ti limiti a pensare e non tele fai". Madre: "Io la pelliccia di visone la voglio, la desidero". Padre: "Ma perché la desideri?". Madre: Oh bella, ma perché non l'ho!". Padre: "Sentitela, desidera sempre quello che non ha!". Madre: "Naturalmente. Si può forse desiderare qualcosa che già si ha?". Padre: "Questo è vero. Ma perché ti vuoi fare una pelliccia nuova?". Madre: "Oh bella, perché quella che ho è vecchia!". Padre: "Ma andiamo, se è in ottime condizioni! Se è nuovissima!" Madre: "Che cosa?" Padre:" La tua pelliccia". Madre:" Quale pelliccia?" Padre: "Quale? La vecchia, no!". Madre: "Lo vedi che anche tu dici che vecchia!" Padre: "Mi fate perdere la testa!". Figlia: "Oh, no! L'essenziale è non perdere la testa. Anche perché senza testa non si può usare il famoso Shampo Dop!". Nel 1975 Campanile chiude la rubrica di critica; inizialmente curioso, talvolta entusiasta della tv, alla fine ne sarà deluso: "Ho smesso di occuparmi di televisione perché mi ero scocciato. Incontravo una certa difficoltà a trovare motivi per continuare a dir male della televisione. Mi pareva di aver detto quasi tutto. Però la tv era l'unica cosa che riuscisse a farmi dormire; io soffro terribilmente d'insonnia. Con la tv ogni tanto dormivo. Ora invece, non ci riesco più. (Da "Il grande libro di Carosello" di Marco Giusti - Sperling & Kupfer Editori). L'opera di Campanile mi è sempre stata molto congeniale, e attendevo solo l'occasione per fare uno spettacolo a lui dedicato. Così, nel 2000, organizzata dalla Radio della Svizzera Italiana, viene presentata una serata dedicata a Campanile e Flaiano. I testi, da me diretti, stupiscono, divertono molto. Subito dopo, finalmente, uno spettacolo completo. Per il Teatro Olmetto di Milano, organizzo "Far l'amore non è peccato, ovvero la crisi del teatro risolta da me". È un assemblaggio di vari testi del repertorio di Campanile, uniti in modo da costruire uno spettacolo autonomo e completo. Ha un successo travolgente, di critica e di pubblico. È una scoperta per i giovani che non conoscono assolutamente l'opera dell'umorista. Non dimentichiamo che le storie della letteratura ignorano completamente Campanile. Forse perché, come diceva lo scrittore umorista Vittorio Metz, "umorista" è un aggettivo "squalificativo". Lo spettacolo è ovviamente un piacevole ricordo per chi Campanile ha apprezzato nella sua giovinezza. Sarà anche uno dei maggiori successi del Teatro Olmetto: verrà ripreso più volte negli anni successivi, fino al 2005. Viene presentato anche, per alcune repliche, in uno spazio assolutamente inconsueto: nella sala della Rotonda del Pellegrini, dietro Piazza del Duomo, a Milano. Una ripresa televisiva è stata fatta da Gaetano Campanile, figlio di Achille, con la sua ditta di produzione. Vorrei sottolineare che recitare i testi di Campanile è, in apparenza, assolutamente facile. I dialoghi sono semplici, concisi, essenziali. In realtà la loro interpretazione nasconde un trabocchetto. Vanno "detti" più che recitati; le battute non devono essere sottolineate, marcate, appesantite. L'intonazione deve essere semplice, lieve, leggera. Non bisogna ammiccare verso il pubblico, strizzando l'occhio. Bisogna mantenere un certo distacco, nel porgere l'intonazione. Altrimenti non scatta il sorriso, la risata. È il motivo per cui, in molte occasioni, i testi di Campanile sono stati recitati male e sono risultati meno divertenti che sulla carta. Perché spesso gli attori hanno la sensazione di essere poco impegnati, di non partecipare, di essere un po' emarginati. Così, anche per mettersi in mostra, "caricano" l'interpretazione con esiti disastrosi. Nel 2005 al teatro Traiano di Civitavecchia è stata presentata una mostra dedicata a Campanile, "Umorista sarà lei", che dal 2000 in poi era stata in giro nelle maggiori città italiane. Mi hanno invitato, e, assieme ai miei attori, abbiamo offerto alcuni brani dello spettacolo. Sempre nel 2005, a Pontedera, invitato per il Festival della letteratura comica ed umoristica, ho fatto un intervento su "Satira e censura", e abbiamo nuovamente presentato brani di "Far l'amore non è peccato". A Velletri in due occasioni, l'ultima nell'ottobre 2017, ho fatto due interventi ricordando Campanile attore comico e critico televisivo. La signora Pinucca, vedova di Achille, mi inviò la nuova stesura de "L'eroe", con il secondo tempo completamente riscritto, per una eventuale messa in scena. Che si è rivelata assolutamente impossibile, per l'alto numero dei ruoli, che avrebbe dovuto prevedere spese altissime. Campanile è oggi certamente considerato un classico, un maestro, un capostipite, padre del teatro dell'assurdo, inventore dell'umorismo moderno. Finalmente. Anche se, periodicamente, viene dimenticato. E poi riscoperto. E mi pare di vederlo sorridere sornione, prendendosi gioco dei suoi "scopritori". Questo "Pirandello dell'umorismo" ha divertito molte generazioni di lettori e spettatori. Il mio spettacolo a lui dedicato, si chiudeva con una "tragedia in due battute", stupenda, definitiva: "L'umorista". Personaggi: l'umorista, il negoziante. La scena rappresenta un negozio di "Cerali, riso e pasta". L'umorista, affacciandosi dalla strada nel negozio: "Avete riso?". Il negoziante. "Si". L'umorista: "E allora l'effetto è raggiunto". Sipario.


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